martedì 24 maggio 2011

La seconda persona singolare.

Una giornata di merda deve finire meglio. Altrimenti è una giornata sprecata. E io non sopporto le giornate sprecate come mio nonno non sopportava i rimasugli di cibo nel piatto: "morsi della creanza” li chiamava. Mi fanno proprio male al fianco, le giornate sprecate, sembrano i dolori intercostali che si confondono per colpi apoplettici.
Perciò, credo, mi sono messo a cucinare: per convincermi. Ehi, si tratta solo di un dolore intercostale, vedi? Stai cucinando, bevi questo vino rosso che è avanzato: ogni tanto ti distrai guardando la televisione. Non può andare così male, va bene? Giorno presente, pianeta Terra, cucina di casa Sgambati: ecco che qualcosa qualcosa qualcosa mi riporta alla realtà. C’è “True Lies” alla televisione. L’hai visto su uno schermo ben più grande qualcosa come quindici anni fa e da allora hai fatto soprattutto due cose, sto dicendo a te: non sei morto e non sei impazzito (o, almeno, non sei morto e non sei impazzito abbastanza). Esulta, puoi esultare come Tardelli, se credi, se non fosse che stai tagliando la pancetta affumicata: l’hai scelta tra mille, è la tua pancetta affumicata, non è la pancetta affumicata di un altro, quindi resta concentrato sulla tua pancetta e lascia stare Tardelli che non è che abbia fatto poi chissà quale gran fine. Va bene, ammettiamolo: anche tu, come lui, hai passato periodi migliori, dal punto di vista creativo, perché è anche di questo che stiamo parlando, dello “scrivere”, altrimenti perché staresti scrivendo, ora?

Un indizio che mi fa capire di non essere in un periodo particolarmente ispirato: sto ricorrendo alla seconda persona singolare e questo si fa ogni volta che l’ispirazione va a farsi un giro a nuoto nella testa di un altro. È comodo scrivere in seconda persona singolare, tu tu tu, sembra un segnale di occupato, invece è liberissimo, la forma più facile possibile per architettare un discorso. Sei Stefano Sgambati, stai scrivendo queste righe per dimostrare a te stesso di saperlo ancora fare, visto che fuori di qui, di questa pagina, nota, o quello che è, sembra che tu stia incappando in qualche difficoltà, allora hai deciso di dare retta agli “psicologi della scrittura” quelli che consigliano, fermamente, di insistere, di provare altro, ma di insistere, così da instillare nel cervello la consapevolezza che il problema è solo tematico, non certo stilistico o ispirativo. Scrivo quindi sono: e la chiamano libertà? Dover essere qualcosa per essere: la fregatura è cominciata tempo fa, dai tempi di Cartesio. Essere costretti a pensare, per essere. Ho sentito di truffe meglio riuscite. Non penso, quindi sono: ecco come dovrebbe funzionare. Essere per essere non è una moltiplicazione, è una sottrazione. Bene, ciascuno di noi s’è scelto una prigionia: io se non scrivo non sono. Un bel cazzo per il culo se sei nato Sgambati e non Calvino. Quello che io non riesco a scrivere, un altro bravo sul serio lo esaurirebbe con uno starnuto. Ma taci, taci, torna alla seconda persona singolare, quella che risolve i problemi, come Mr. Wolf di Tarantino: la seconda persona singolare ti suona alla porta in perfetto orario, anzi un po’ in anticipo e ti dice eccomi qua, sono la seconda persona singolare e risolvo problemi. Bene, seconda persona singolare, se proprio vuoi darti da fare, portami alla conclusione di questi miei pensierini della notte.



Cose che vorrei fare anziché starmene qui a scrivere in seconda persona singolare: legare per i polsi alla testiera del letto una signorina in lingerie, commentare Mai Dire Grande Fratello steso su un divano con qualcuno, un paio di sigarette adeguatamente modificate e una bottiglia buona. Santocielo, davvero è tutto qui? Avanti, ce la puoi fare: di’ qualcosa di più prosaico! Come come come? E perché, scusa, scopare ti pare cosa? Poetico? Liturgico? Simbolico? Catartico? Scopare è scopare ed è la prima cosa che m’è venuta in mente pensando a un’ipotetica lista di alternative. Aspetta: si dà il caso che tu abbia scritto “legare per i polsi alla testiera del letto” eccetera eccetera... Certo, lo ammetto, colpevole: in una parola, scopare. Ma osservate: decisamente non dev’essere un bel periodo se dopo la seconda persona singolare che risolve i problemi, arriva il “botta e risposta”. E con chi? Con la mia coscienza? Il mio alter ego? Candidati possibili al mio alter ego: Gesù Cristo, Woody Allen, J.R. di Dallas, Don Vito Corleone (era uno che stava sempre seduto, che io mi ricordi), Quentin Tarantino (è un tizio appassionato di cose affilate che alzerebbe il culo solo per leccare un paio di piedi niente male, mi sa che siamo sulla stessa lunghezza d’onda), il Maestro Yoda, Aldo Moro nella versione Renault 4, Renato De Pedis nella versione Sant’Apollinare. Porcaputtanaeva! Anche le liste. Ci mancavano solo le liste: adesso mi metto a fare top five come Nick Hornby, poi posso appendere la tastiera, o quello che è, al chiodo. La seconda persona singolare, il botta e risposta con me stesso, le liste di cose e ora anche questo stolido post-modernismo meta-testuale. No, dài, Stefano Sgambati, ci manca solo che ti chiami per nome e cognome, poi le hai fatte tutte.

Cucinare. Ecco ecco ecco un buon filo logico. L’avevo lasciato lì, da qualche parte, come fa Carlo Lucarelli quando racconta le cose criminali in televisione: “lasciamolo da una parte”, dice”, “perché poi ci ritorneremo...” (e così ci abbiamo piazzato anche il manierismo in codesto calderone...), avevo lasciato da una parte il cucinare. Una giornata di merda deve finire meglio, ecco perché mi sono messo a cucinare, calmo, da solo, in cucina, bevendo vino rosso e ogni tanto girandomi a guardare “True Lies” in televisione, su Rete4, un canale su cui non credo d’essermi mai sintonizzato in vita mia, se non una settantina d’anni fa, quando c’era Stranamore e io Stranamore me lo guardavo sempre, poteva cascare il mondo, la domenica sera, con i prodromi dell’angoscia nel cuore, perché il giorno dopo ritornavo a scuola e quasi mai avevo fatto i compiti o avevo studiato, me lo guardavo sempre, steso sul divano, e tutta quella gente adulta, che piangeva tantissimo per motivi che non arrivavo bene a capire, mi pareva lontana un paio di spazi interstellari e invece. Mi sono messo a cucinare per questo motivo, cioè per raddrizzare una giornata andata storta per motivi completamente impalpabili. È sempre lì il problema: finché c’hai un motivo concreto per essere incazzato o depresso o stanco, va bene, puntaci dritto contro e vedrai che prima o poi lo raggiungerai. Ma quando non c’è tale motivo concreto contro cui procedere? Allora si può cucinare. Giacché di scrivere non tira aria, ecco che si cucina. Mentre affetto come si deve, con il coltello giusto, con il tagliere giusto e l’indice e il medio dell’altra mano inginocchiati sul dorso della pancetta per dare ritmo e “misure” al taglio - giacché le cose, soprattutto in cucina, credo vadano fatte bene, anche esteticamente - mentre faccio ciò mi metto a pensare a che grande cosa sia l’olfatto e a che grande condanna, allo stesso tempo, quando certi profumi e odori tornano alla mente senza il portatore sano che li aveva prodotti in origine. Ecco, questo fatto dell’estetica delle cose, parliamone un attimo: è bello darsi un tono, quando si fa qualcosa, soprattutto se si è da soli, vale per il bere, per il mangiare, per il parlare. Chi parla bene, una volta ho sostenuto, chi sceglie i giusti congiuntivi, chi pensa al COME prima che al COSA dire, è una persona che sa amare soprattutto se stesso, altro che storie: Carmelo Bene diceva che l’arte (e quindi, in un certo modo, la cultura) è un fatto borghese. Dico io che è anche una questione di egocentrismo. Chiunque si infili in un museo lo fa assolutamente per se stesso. Chi legge un libro lo fa per amore della propria persona, chi cucina con il coltello giusto, quando nessuno può vederlo, eccetto egli stesso, si sta scopando da solo e in questo modo, mi viene da pensare, almeno una delle cose che potevo fare invece di starmene qui a ciurlare il manico, l’ho fatta, cioè scopare, seppure con me stesso, il che comunque non è affatto male, se mi concedete l’evasione.

Ora sì che mi sento meglio: mentre cerco qualcosa nel frigorifero e la trovo, mentre mi accorgo che ci sono altre quattro dita di vino rosso da bere, mentre vengo richiamato dalla pancetta che sfrigola nell’olio e mi sta dicendo vieni, vieni, vieni, sono pronta, dammi una ripassatina, ecco, ora sì che mi sento meglio, mentre afferro la padella per il manico e faccio saltare la pancetta sul fondo per rigirarla adeguatamente, senza farne cadere nemmeno un pezzo (un gesto estetico, questo, che perfino mia madre, cuoca esperta, mi invidia), mi sento molto bene, mentre mi riesce di tagliare la cipolla con perfezione, con quel gesto rapidissimo (be’, non così rapido) degli chef, quando li guardi nelle trasmissioni sul satellite e ti viene quasi da coprirti gli occhi con le mani perché sei sicuro che, da un momento all’altro, si faranno saltare per aria un paio di dita, è così che voglio tagliare questa cipolla, non in una maniera diversa, mi concedo di tagliarla con la giustezza di un boia, sono una specie di Mastro Titta che fa calare la lama, solo che anche la testa è la mia, sono contemporaneamente vittima e carnefice, perché il rischio di segarmi davvero via qualcosa fatto di carne mi rende il momento più autentico, assoluto. In effetti mentre taglio i pomodori pachino, poco più tardi, con un coltello diverso, seghettato, faccio il passo più lungo della gamba: nello specifico, siccome voglio fare le cose per bene e decido di tirar via tutti i semini dalla polpa, succede che nel grattare via con il coltello mi spazzolo un polpastrello e un certo quantitativo di sangue si mescola al sughetto. Ecco, finalmente, qualcosa capace di accendermi. Il dolore. Il dolore arriva esattamente quando è richiamato, non tarda un secondo a spazzolarsi i capelli, arriva senza tentennare e, cosa interessantissima, non si stanca. Guardo questo dolore che lampeggia sul polpastrello dell’indice sinistro, lo guardo come se fosse cosa visibile, in effetti, non sensibile, e gli do il benvenuto, almeno a lui, e devo faticare non poco per proseguire il lavoro e per esempio falciarmi di netto tutte le falangi disponibili. Il dolore non tradisce: ti costringe a pensare solo a lui e ti guarda negli occhi mentre fai qualcosa per lenirlo, soluzioni consuete fatte di acqua fredda e garze, punti chirurgici laddove la situazione sia davvero compromessa, o santa pazienza. Ecco di cos’ho bisogno, penso: di cos’ho sempre bisogno: di dolore. Il dolore al dito mi tiene in pugno, anche questo dolore flebilissimo, quasi impercettibile, riesce a tenermi in scacco e per fortuna che mi sono ricordato di spegnere il fuoco sotto la pancetta, perché guai a rendere rinsecchita la pancetta, guai, sarebbe un peccato mortale, come storcere la personalità di qualcuno a proprio privatissimo gusto. Guardo questa cucina sfatta - si dà il caso che io “sporchi”, moltissimo, quando faccio le cose, qualsiasi cosa, anche parlare - e mi sento meglio, credo d’essere riuscito a dare un senso alla giornata, una giornata cominciata di merda, ma finita meglio, non benissimo, ma meglio, e un percorso, quando è un percorso, va sempre bene perché presuppone una destinazione.

E adesso?, mi dico. Adesso mangia, così, tanto per tornare alla seconda persona singolare. Adesso mangia. Il che mi fa fermare solo per un momento davanti al vetro del balcone, con una piccola fasciatura di scottex intorno al dito indice che s’è ricordato di esistere. Adesso mangia. Sembra che uno faccia mille cose per arrivare laddove riteneva necessario, guerre, uccisioni, rinunce, sensazionali arrampicamenti e poi? Con tutto quel fiatone che è stato necessario. Con tutto quel casino che s'è fatto in cucina. Che resta? Mangiare, appunto. Consumare: forse la fase meno interessante del processo. Per fortuna che c’è il profumo che inganna, che fa sembrare le cose belle. E la fame, naturalmente. Se la fame è l’innamoramento, mangiare è l’amore, penso come ultima cosa davanti al balcone. Nell’appartamento di fronte c’è molto spesso questa signora bionda che parla al telefono in piedi nella stanza: la vedo anche adesso, non proprio eterea, ma neanche solidissima. Esprime qualcosa di lascivo, di contaminato, eppure rimane pura, come un ritratto di Balthus.
M'allontano giusto il tempo di farmi il piatto, ma quando torno la luce s’è spenta.

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