lunedì 7 novembre 2011

Invidia.

"Nell'impallidire, la sabbia si assesta e sibila. Faye sta guardando il profilo del viso di Julie Smith. Julie ha la pelle più bella che Faye abbia mai visto addosso a qualcuno sulla faccia della terra. Non è solo il fatto che sia tanto luminosa da fare impressione, o che qui, con il riverbero del sole basso sull'acqua, abbia il colore di un buon vino rosato; è che ha la consistenza di qualcosa di veramente vivo, una morbidezza elastica, come un guscio maturo, un baccello. È vulnerabile e ha profondità. È tesa, brillante e dura solo sopra gli zigomi alti e tondi di Julie; le ossa rendono le guance scavate, gli occhi infossati. I contorni del suo viso sono a chiave di violino, quasi slavi. Tutto in lei è come permeabile: anche la sottile fessura nera tra i due incisivi sembra una specie di apertura fatta apposta per infilarci qualcosa, un invito a ritroso".

[Mi immagino rispondere così, da vecchio, citando a memoria questo passaggio di un racconto mostruoso di David Foster Wallace che si intitola "Piccoli animali senza espressione", quando con cinque o sei romanzi all'attivo, una prostata andata e un conto a sei zeri dall'analista, qualche giornalista di una piccola fanzine letteraria, particolarmente attento alle mie stronzate, mi chiederà come mai non ho mai inserito una sola descrizione fisica dei miei personaggi. Be', perché ho pensato che tanto non sarei mai stato così bravo a farlo, dirò, né così esaustivo, in pochissime righe, e devi sapere, ragazzo mio (adopererò locuzioni del genere incoraggiato dai miei capelli bianchi), che io sono sempre stato un soggetto particolarmente incapace di gestire l'invidia]

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