<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716</id><updated>2012-03-05T16:02:29.951Z</updated><category term='narrativa'/><category term='dispacci'/><category term='musica'/><category term='miraggi edizioni'/><category term='sport'/><category term='david foster wallace'/><category term='strage di firenze'/><category term='libri'/><category term='zagreb'/><category term='daniele pasquini'/><category term='italia'/><category term='tom e gerry'/><category term='politica'/><category term='charles bukowski'/><category term='cucina'/><category term='sic'/><category term='limortaccivostra'/><category term='attualità'/><category term='michael herr'/><category term='roma'/><category term='io volevo ringo starr'/><category term='arianna gasbarra'/><category term='giovanni allevi'/><category term='intermezzi editore'/><category term='firenze'/><category term='amicizia'/><category term='casablanca'/><category term='citazioni'/><category term='personale'/><category term='letteratura'/><category term='capodanno'/><category term='alice in gabbia'/><category term='senegalesi'/><category term='più libri più liberi'/><category term='58'/><category term='quotidiano'/><category term='marco simoncelli'/><category term='silvio berlusconi'/><category term='cronaca'/><category term='lucian dan teodorovici'/><category term='tasso edizioni'/><category term='arturo robertazzi'/><category term='televisione'/><category term='aldo moro'/><category term='recensioni'/><category term='aìsara'/><title type='text'>my facebook (unplugged)</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>32</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-1878008027060428313</id><published>2011-12-17T17:54:00.002Z</published><updated>2011-12-17T17:56:18.542Z</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='tasso edizioni'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='giovanni allevi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='narrativa'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='musica'/><title type='text'>Panic</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-2DJKlUzbmXw/TuzXJ4b5X_I/AAAAAAAAAFs/mi2WZAHej6c/s1600/384639_2446845286872_1124103611_32469538_73074432_n.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://1.bp.blogspot.com/-2DJKlUzbmXw/TuzXJ4b5X_I/AAAAAAAAAFs/mi2WZAHej6c/s320/384639_2446845286872_1124103611_32469538_73074432_n.jpg" width="262" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;i&gt;«Freeze!»&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;Gli altri lo guardarono, armi puntate e indici pronti a premere. Troppe serie tv americane gli avevano standardizzato il linguaggio: arrossì sotto l’elmetto.&lt;br /&gt;«Nessuno si muova!»&lt;br /&gt;Fecero irruzione in una stanza vuota. Con la mano libera dall’arma diede istruzioni ai suoi: tu là, tu là, voi due copriteci.&lt;br /&gt;«Comandante…»&lt;br /&gt;Si voltò verso il militare che lo aveva chiamato sottovoce. Lo vide indicare col mento una porta aperta.&lt;br /&gt;Nel cesso, appollaiato davanti allo specchio, c’era uno spettacolo raccapricciante: Giovanni Allevi nudo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Aveva gli occhi chiusi e non indossava niente, eccezion fatta per le All Star e gli occhiali con la montatura di nichel. Con le mani protese in avanti suonava un pianoforte immaginario.&lt;br /&gt;«Fermo!»&lt;br /&gt;L’insistenza del comando assunse il sapore stantìo di stronzata: il sospetto non reagì e nel Comandante montò una frustrazione da madre inascoltata a oltranza.&lt;br /&gt;«Ma che cosa diavolo sta…»&lt;br /&gt;Il Comandante era insicuro. Non gli era mai capitata una scena del genere in dieci anni di carriera. Di irruzioni ne aveva fatte, di crimini ne aveva sventati, ma non era così che di solito li coglieva sul fatto.&lt;br /&gt;«Allevi!»&lt;br /&gt;Provò a chiamarlo, ma lui non si svegliò, ammesso che stesse dormendo: in effetti non pareva addormentato. Sembrava un fachiro nell’atto supremo di una concentrazione assoluta. Deve esserci gente così, nei posti più impensati dell’India, che fa facce identiche un attimo prima di inghiottire un pugno di chiodi, pensò il Comandante trattenendo qualcosa che non era rabbia ma non era nemmeno una risata.&lt;br /&gt;«Allevi, conterò fino a tre!»&lt;br /&gt;Silenzio, rumori di deglutizione, leggeri scatti della ferraglia di armi e fruscii delle divise d’ordinanza, mentre i piedi dentro gli anfibi aprivano angolature più ampie sul pavimento secondo logiche di attacco e difesa.&lt;br /&gt;«Uno.»&lt;br /&gt;Da tutte le parti mani protese nell’aria che non promettevano niente di buono.&lt;br /&gt;«Due.»&lt;br /&gt;Intorno alla cornice dello specchio c’erano tantissime fotografie, al punto che la superficie riflettente era ridotta a un piccolo cerchio di una trentina di centimetri di diametro. Ricordava la perfetta scenografia di un camerino d’artista: le lucine perimetrali, le confezioni di trucchi, di gel, una decina di occhiali da vista di colorazioni diverse, una struttura metallica a cui erano appesi dei farfallini. C’era anche una di quelle bocce di profumo, tutte ampollose, barocche, col pon-pon in cima che si poteva premere per spruzzarselo addosso.&lt;br /&gt;Il Comandante ebbe un moto di disgusto, ma lui era uno che si faceva la barba a secco dall’età di nove anni.&lt;br /&gt;«Ok, tre!»&lt;br /&gt;Si spostò di lato e la seconda, terza e quarta fila di militari si riarrangiarono secondo uno schema predefinito, una specie di triangolo isoscele: con un gesto della testa mandato a memoria tutti i presenti, tranne Allevi, si fecero calare ai lati del cranio delle specie di corazze scure e riflettenti che potevano essere paraorecchie. L’operazione non durò che un paio di secondi di automatica coreografia militare.Il Comandante chinò leggermente il capo e strillò nel suo microfono con una specie di sorriso:&lt;br /&gt;«SUONO!»&lt;br /&gt;Dai potentissimi amplificatori che tutti i militari recavano addosso, più o meno all’altezza del petto, riverberò il primo movimento della Sonata in C di Mozart, eseguita da Cristoph Eschenbach. Il rinculo li fece arretrare di qualche centimetro: la loro posizione nella stanza fece ruotare il suono con una precisione asburgica. I bassi tuonarono da un luogo indefinito che poteva essere l’anima di tutti loro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le prime note ebbero l’effetto di una palla demolitrice su una torta nuziale: non restò nulla del precedente scenario. Caddero le fotografie dalla cornice dello specchio, scoppiarono i bulbi di vetro come uova soda infilate in un forno a microonde: le lampadine furono polverizzate, supporto e filamento compresi. Il gas inerte si arrampicò fino al soffitto, aggiungendosi all’anidride carbonica della stanza: tutto fu investito da un’ondata acustica che non era solo forte, fortissima, ma era anche diversa da tutto quello che finora si era librato in quegli ambienti: d’altra parte non era forse questo che faceva la Squadra d’Assalto?Demoliva torte nuziali.&lt;br /&gt;Giovanni Allevi spalancò i suoi occhi acquosi che, da bambino, lo avevano reso così rassomigliante ad Audrey Hepburn.&lt;br /&gt;Il Comandante gridò per sovrastare la musica:&lt;br /&gt;«Giovanni Allevi, ti dichiaro in arresto per emulazione compulsiva di Sommo Genio, per appropriazione indebita degli spazi culturali di questo Paese e per aver suonato al Radio City Music Hall indossando… quelle stupide scarpe!»&lt;br /&gt;L’uomo allo specchio si portò le mani alle orecchie. Una leggera epistassi eruttò con una lentezza di magma dalla sua narice destra.&lt;br /&gt;«So-so-so-so-soffro di crisi di panico, voi non potete…»&lt;br /&gt;Il Comandante si fece avanti e gli mise una mano sui capelli scarmigliati.&lt;br /&gt;«Non te l’ha detto tua madre che dovresti pettinarti come si deve!? Sei un musicista o un barman del cazzo? E!?»&lt;br /&gt;Giovanni Allevi alzò gli occhi lacrimosi verso il militare che lo sovrastava.&lt;br /&gt;«Voi avete interrotto… io stavo… stavo… L’ho anche detto a Radio Deejay che io…»&lt;br /&gt;«Mozart parlava a Radio Deejay, secondo te? RISPONDI!» Poi, rivolgendosi agli altri, comunicando di nuovo nel microfono collegato al casco. «Ragazzi, avete mai sentito di Mozart che rilasciava interviste a Radio Deejay?»&lt;br /&gt;Risate, teste rese mute dall’impavida musica che facevano segno di no. Il volume, intanto, aveva raggiunto il livello tre dei cinque previsti per quelle operazioni d’ordinanza.&lt;br /&gt;«Che cosa abbiamo interrotto, Allevi? Stavi componendo? E che cosa stavi componendo? Un’altra sigla di un cartone animato!?»&lt;br /&gt;Giovanni Allevi provò ad alzarsi, ma la mano enorme del Comandante premuta sulla sua spalla gracile da uomo di conservatorio gli suggerì di lasciar perdere secondo una retorica erculea.&lt;br /&gt;«Confessa, Allevi!»&lt;br /&gt;«Ma io…»&lt;br /&gt;«CONFESSA!»&lt;br /&gt;«Ma che cosa volete da me!?»&lt;br /&gt;«Lo sai benissimo perché siamo qui. Sai benissimo chi siamo! Confessa e vedremo di trattarti bene!»&lt;br /&gt;(piagnucolando) «Vi prego, spegnete la musica di questo mio… mio..»&lt;br /&gt;«Mio COSA?»&lt;br /&gt;(piagnucolando di più) «Di questo mio collega che mi rende…»&lt;br /&gt;Il Comandante fu fulmineo come uno starnuto e lo colpì forte, sulla nuca.&lt;br /&gt;(strillando) «Ahhhhhhh!»&lt;br /&gt;«Stai dritto, volgare emulatore!»&lt;br /&gt;«Io non…»&lt;br /&gt;«Di chi è questa musica, eunuco!?»&lt;br /&gt;(strillando di più) «Ahhhhhhhhh!»&lt;br /&gt;(ai colleghi) «Alzate il volume al livello quattro!»&lt;br /&gt;Allevi si accartocciò sulla sedia, cercando protezione nel suo stesso corpo esile.&lt;br /&gt;«Confessa, ho detto!»&lt;br /&gt;«Ma cosa dovrei…»&lt;br /&gt;«Livello cinque!»&lt;br /&gt;«No, il livello cinque no!»&lt;br /&gt;«Allora confessa!»&lt;br /&gt;«Io amo Mozart! Non lo emulo! Non lo imito! Non faccio niente di male! Io lo rispetto!»&lt;br /&gt;«La gente ascolta te anziché ascoltare Mozart!»&lt;br /&gt;«Prendetevela con…»&lt;br /&gt;Il Comandante gli tirò i capelli.&lt;br /&gt;(piagnucolando) «Ahiiiaaaaaaaaa!»&lt;br /&gt;«Il tuo Panic è un plagio della sigla di Mio mini Pony!.»&lt;br /&gt;Giovanni Allevi strabuzzò gli occhi paludosi.&lt;br /&gt;«Ancora con questa… Io sono un compositore. Io incontro delle musiche che…»&lt;br /&gt;«Tu non vali un cazzo! Sei un oggetto commerciale, come una batteria di pentole!»&lt;br /&gt;(piagnucolando) «Ho suonato a New York, vendo milioni di copie dei miei…»&lt;br /&gt;(tirandogli ancora i capelli) «Dillo ancora! Io ti sfido! Avanti! Usa ancora quella parola! Di’ ancora che “suoni”! Ti sfido due volte, ti sfido, figlio di puttana, avanti, di’ ancora che “suoni”! Di’ ancora che “suoni” un’altra maledettisima volta e io ti giuro che…»&lt;br /&gt;(piagnucolando tantissimo) «Ahhhhhhhhhhhhhh!»&lt;br /&gt;(ai suoi) «Livello cinque!»&lt;br /&gt;«No, livello cinque no!»&lt;br /&gt;«Sì, livello cinque sì!»&lt;br /&gt;«No! E va bene, va bene io…»&lt;br /&gt;«Tu cosa?»&lt;br /&gt;«Panic può ricordare vagamente quella sigla di…»&lt;br /&gt;«È identica!»&lt;br /&gt;(piagnucolando) «Ghhhhhhhhh!»&lt;br /&gt;Il comandante gli si avvicinò all’orecchio: poteva sembrare un gesto romantico.&lt;br /&gt;«Ti piace andare in televisione? Ti piace apparire? Vuoi andare dalla Dandini? E allora fai il cantante pop. Lascia stare la musica classica. Altrimenti sai cosa ti faremo? Lo sai vero? Siamo qui apposta, perciò lo sai. Tu lo sapevi a cosa andavi incontro. Ti porteremo via nudo, davanti a tutti, e ti rinchiuderemo in cella e sai che cosa succederà? Succederà che ti faremo ascoltare tutto il giorno, tutta la notte, sempre, le variazioni di Glenn Gould, mi stai capendo bene? Mentre dormi, mentre caghi, mentre pisci, mentre mangi, mentre ti fai le pippe, noi ti faremo sentire della musica vera, di pianisti veri, mi spiego? Ti farò sentire tante di quelle volte il Rondò alla Turca che chiederai pietà. Mi stai sentendo, Allevi? Ti metteremo davanti allo specchio, non questo specchio, non ci saranno lucine nello specchio che ho in mente io, non ci saranno tutte queste inutili foto, non ci saranno duetti con Jovanotti e con la Pausini, mi hai sentito bene? Ti metteremo davanti allo specchio ad ascoltare Glenn Gould, ti legheremo le mani per un periodo di tempo che stabilirà il Giudice, e quando uscirai, se uscirai, la tua stessa musica ti farà talmente cagare che manderai il curriculum per farti assumere da un orefice.»«No, non…»«Non ti piace Glenn Gould? Preferisci Vladimir Horowitz? Ti faremo sentire Horowitz. Tutto quello che vuoi. E poi dovrai venire in caserma a firmare, due volte alla settimana, e mentre firmerai ti inoculerò tanto di quel Brahms che finirai per cagarlo, al posto di quegli spaghettini al tonno del cazzo che dici di adorare tanto. Mi hai capito bene, Allevi? Perciò vedi di collaborare subito e cercheremo di farti uscire da questo buco con le tue gambe. (ai suoi) Spegnete tutto!»&lt;br /&gt;Il silenzio tornò a circolare nella stanza come un fluido.&lt;br /&gt;«La prossima cosa che sentirai sarà Walter Gieseking, come minimo. E lo ascolterai in ginocchio. Te la ricordi quella bella faccia da fachiro che stavi facendo poco fa mentre “componevi”? Ecco, vedi di rifarla uguale-uguale perché ti servirà con tutti i ceci che ti metteremo sotto le rotule.»&lt;br /&gt;(singhiozzando e sbavando) «Perché ve la prendete con me? Lo fareste anche voi! Andate da tutti quelli… andate da chi compra i miei…»&lt;br /&gt;(rivolto ai suoi colleghi) «Questo qui vuole fare una riforma della Giustizia! (a lui) Vuoi fare una riforma della Giustizia, eh, bambino Giovanni? (ai colleghi) Si è messo in testa di voler fare il rivoluzionario! (a lui) Noi ce la prendiamo con te perché così dice la legge. Se hai qualcosa in contrario prendi carta e penna e scrivi una bella lettera di protesta a qualche Magistrato. (ai suoi, con tono definitivo) Ripulite tutto, trovate due stracci e portiamolo via.»&lt;br /&gt;Giovanni Allevi fu ammanettato e reso presentabile.&lt;br /&gt;Prima di essere condotto fuori il musicista guardò il suo bellissimo specchio da artista e tutte quelle lampadine esplose.&lt;br /&gt;«Vuoi sporgere reclamo?»&lt;br /&gt;Allevi fece no, con la testa.&lt;br /&gt;«Bravo Allevi, bravo. Mi piace quando stai a cuccia. Mi piace quando non componi.»&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In caserma li accolsero con gli applausi. Allevi era in cima alla lista da quattro anni.&lt;br /&gt;Il Comandante e i suoi collaboratori si gustarono l’attimo con le teste fuori dai finestrini a raccogliere il tributo. I cappucci calati sulla faccia per non farsi riconoscere, mentre i flash scattavano e i microfoni delle televisioni diventavano cespugli. Sul sedile posteriore, Allevi, ammanettato, per la prima volta non riconosceva l’entusiasmo.&lt;br /&gt;«Adesso ti faccio vedere una cosa.»&lt;br /&gt;Giovanni scosse la testa: era un “no” onnicomprensivo che aveva a che fare con tutte le cose, pure quelle che già erano successe.&lt;br /&gt;«Guarda che è per il tuo bene.»&lt;br /&gt;Si diede un cenno d’intesa con l’autista attraverso lo specchietto. Risuonarono le sirene.Dopo pochi minuti entrarono in una specie di hangar. Le urla si erano spente. Il Comandante trascinò Allevi in una struttura piena di targhe commemorative e guardie armate ad ogni porta che scattavano sull’attenti anche a caso. Sedettero in una sala d’aspetto piena di piante finte e riviste di architettura. Quando la porta finalmente si spalancò fece l’ingresso un tizio abbastanza anonimo, pelato, più grasso che alto. Aveva manine piccolissime e un alito da fogna.&lt;br /&gt;«Lui è Giuliano. Giuliano, ti presento Giovanni.»&lt;br /&gt;I due si guardarono. Allevi con la timidezza dell’ultimo arrivato, Giuliano con la sicurezza del padrone di casa.&lt;br /&gt;«Mettiti comodo, Giovanni, mettiti comodo! A che livello sei arrivato?»&lt;br /&gt;Allevi lo guardò senza dire nulla, senza capire. Al suo posto rispose il Comandante:&lt;br /&gt;«Quasi al quinto. C’è mancato poco.»&lt;br /&gt;«Complimenti! Io al terzo già ero crollato!»&lt;br /&gt;Fu in quel momento che Allevi riconobbe il collega.&lt;br /&gt;Il Comandante parlò:&lt;br /&gt;«Ora vi lascio soli. Giuliano, spiegagli che essere un pentito ha i suoi vantaggi. Digli che bella vita fai.»&lt;br /&gt;I due risero dandosi pacche sulle spalle come quegli amici che si conoscono in vacanza e poi si rivedono d’inverno, infine il Comandante uscì dalla stanza rispondendo al cellulare.&lt;br /&gt;Giuliano e Giovanni si guardarono attentamente per pochi secondi ancora, poi l’uno invitò l’altro a sedersi:&lt;br /&gt;«Coraggio! Qui non ti fa mica più male nessuno.»&lt;br /&gt;«Tu eri…»&lt;br /&gt;«Sì, ma è acqua passata.»&lt;br /&gt;«Ma i Negramaro erano…»&lt;br /&gt;«Musicisti di merda con un successo pazzesco, sì, esattamente come tutti gli altri, lo so.»&lt;br /&gt;«E…»&lt;br /&gt;«E niente. Quella roba del “verde coniglio” e delle “facce buffe” non poteva durare a lungo. Ora però tu stai zitto e mi ascolti, Giovanni. Il problema è il Paese, capisci? Mica noi. Noi siamo innocenti. È la gente che…»&lt;br /&gt;«Ma tu…»&lt;br /&gt;«Sì, collaboro con loro. Guarda.»&lt;br /&gt;Intorno al braccio Giuliano aveva una fascia. Sopra c’era scritto: Task force per il recupero dello spirito critico. Seguito da un numero progressivo.&lt;br /&gt;«Chi altri…»&lt;br /&gt;«Non posso parlarne, mi dispiace. Ti basti sapere che siamo tanti, tantissimi: molti sono insospettabili…»&lt;br /&gt;«Ma io, esattamente, che cosa dovrei…»&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando due ore più tardi il Comandante ritornò nella stanza, Giovanni e Giuliano stavano parlando di fica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-small;"&gt;&lt;i&gt;[illustrazione di Daniele Zaggia, per conto di Tasso Edizioni] &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-1878008027060428313?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/1878008027060428313/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=1878008027060428313&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/1878008027060428313'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/1878008027060428313'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/12/panic.html' title='Panic'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-2DJKlUzbmXw/TuzXJ4b5X_I/AAAAAAAAAFs/mi2WZAHej6c/s72-c/384639_2446845286872_1124103611_32469538_73074432_n.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-5169724136631643480</id><published>2011-12-14T23:05:00.000Z</published><updated>2011-12-14T23:05:31.091Z</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='italia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cronaca'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='strage di firenze'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='senegalesi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='firenze'/><title type='text'>Strage di Firenze, senegalesi, italiani.</title><content type='html'>C'è questo video, che gira su Facebook, nel giorno della "&lt;a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2011/12/14/news/firenze-26627757/?ref=HRER3-1" target="_blank"&gt;strage di Firenze&lt;/a&gt;". Tantissimi miei contatti lo stanno condividendo. Si intitola così: "Discorso di un senegalese umilia la stupidità di certi italiani". Be', ho cliccato play, naturalmente, e l'ho guardato. Così adesso vi posso dire che se cliccate play pure voi vedrete un negro dire delle banalità sconcertanti e ovvie, che il peggior Veltroni potrebbe produrre sbadigliando durante qualsiasi puntata di Annozero. Solo che. Solo che. Solo che è negro. È negro e parla benissimo italiano. Indovina pure tutti i congiuntivi. È un bell'uomo. Non so se mi state seguendo. Tantissimi miei contatti stanno condividendo un video in cui un tizio dice cose inutili e retoriche che diventano all'improvviso critiche e intelligenti solo perché è negro. Il che fa il paio coi video dei cani che ridono, delle scimmie che sanno saltare dentro un cerchio e dei gibboni che fumano una sigaretta: è la peggior forma di razzismo possibile, quella sotterranea, quella che agisce per inerzia, come schiuma viscosa che scivola lungo un canale fognario. A me sembra che voi stiate urlando come banditori da circo: guardate! Guardate! C'è un negro che non si limita a rubare! Venghino siori, venghino! Nemmeno vi interessa quello che dice. Il vostro è stupore: stupore perché un negro - che evidentemente ritenete dovrebbe limitarsi a grufolare - PARLA. È davvero lunga, lunghissima, la strada che porta al domani. Se non altro perché è affollata di depensanti e si fa fatica a passare.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-5169724136631643480?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/5169724136631643480/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=5169724136631643480&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/5169724136631643480'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/5169724136631643480'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/12/strage-di-firenze-senegalesi-italiani.html' title='Strage di Firenze, senegalesi, italiani.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-506431408758660201</id><published>2011-12-14T13:47:00.000Z</published><updated>2011-12-14T13:47:27.637Z</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='aìsara'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='recensioni'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='più libri più liberi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lucian dan teodorovici'/><title type='text'>Dalla Fiera del Libro di Roma, mi riporto uno Sciamano.</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-_wPtIxiXzVw/Tuio5LtD0fI/AAAAAAAAAFg/BRDrduNdnUA/s1600/387438_2489221426249_1124103611_32483662_425301327_a.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://4.bp.blogspot.com/-_wPtIxiXzVw/Tuio5LtD0fI/AAAAAAAAAFg/BRDrduNdnUA/s1600/387438_2489221426249_1124103611_32483662_425301327_a.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Lucian Dan Teodorovici ha scritto un piccolo capolavoro. Si chiama “Un altro giro, Sciamano” (Aìsara Edizioni, traduzione di Ileana M. Pop) e adesso voi uscite e andate a comprarlo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fine della "recensione". &lt;br /&gt;Possiamo fare due chiacchiere. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo Teodorovici, che io ho avuto l’onore di conoscere durante lo scorso Salone Internazionale del Libro di Torino, è un grosso letterato romeno (grosso anche nel senso della stazza), riconosciuto in patria come uno tra i più interessanti scrittori contemporanei (ho scoperto che il suo ultimo libro, ancora inedito da noi, è stato salutato dalla stampa nazionale come “il miglior romanzo degli ultimi vent’anni”: minchia): qui in Italia è pubblicato da Aìsara, casa editrice di cui&lt;br /&gt;ho già avuto modo di parlare relativamente a “Zagreb”, di Arturo Robertazzi: di Teodorovici ho letto anche “La casta dei suicidi”, che pure è molto interessante, ma è con questo “Un altro giro, sciamano” che mi sono veramente deciso a scriverne, perché quello che penso adesso, che l’ho appena finito di leggere, è che tutti voi dovreste fare lo stesso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo romanzo parla di un tizio. Nient’altro.&lt;br /&gt;Sua è la voce narrante, suo è il punto di vista. Ne facciamo la conoscenza tra i tavoli di un bar, mentre Leonard Cohen canta a ripetizione “Dance me to the end of love” e, insieme a lui, non si sa bene il perché, ne ripercorriamo improvvisamente la vita, la vita, quella cosa lì che succede tra le due famose estremità dello spettro organico dell’esistenza. Ogni capitolo sembra un racconto breve quasi quasi autosufficiente: un uso delle analessi e delle prolessi che farebbe venire voglia pure a Quentin Tarantino di battergli il cinque, a Teodorovici, una capacità scientifica sbalorditiva di non perdere mai il filo e di tenere a bada la concentrazione del lettore, personaggi originalissimi e dialoghi istericamente realistici, uno strano e, secondo me, nuovo minimalismo, che non toglie, non decostruisce ma, tutto al contrario, arricchisce, va a pescare in una pozza dove già sguazzò un certo Raymond Carver, superandolo col progresso letterario di questi ultimi quarant’anni, correggendolo, addirittura, migliorandolo, mi perdoneranno i puristi del grande scrittore americano. Ecco cosa succede in questo romanzo di Teodorovici, mentre il protagonista ci racconta chi è e, soprattutto, perché, dopo un paio di bicchieri di troppo, si ritrova fuori di quel bar, al freddo, col suo migliore amico, convinto che “da allora in poi la mia vita sarebbe cambiata completamente”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sentite (vi ricordate? La recensione è finita dopo cinque righe, noi qui stiamo chiacchierando), è capitato a tutti. Alla maggior parte: di bere troppo, una sera, e di sentirsi improvvisamente calati in una realtà alcolica piena di dettagli, piena di (false) speranze, piena di incredibili aspettative. A suon di Negroni, ormai qualcosa come sette anni fa, decisi insieme ad altri due amici di fare una vacanza pazzesca che, da sobri, non avremmo mai avuto nemmeno l'ardire di progettare. Da ubriachi troviamo il coraggio di dare baci e di dire cose e di lasciare parcheggiata la macchina laddove in condizioni normali non avremmo nemmeno pensato di posare il pensiero: ecco perché, ormai completamente andato, l’amico del protagonista, onorevolissimo compagno di bevute, gli dice a un certo punto: “Senti, sciamano, da questo momento basta, la nostra vita cambia. Te lo dico io, cambia proprio di brutto. Basta!”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così comincia il libro, con queste due persone che parlano, ubriachissime. Succedono un po’ di cose in questo bar, non tantissime ma abbastanza per farci desiderare (io l’ho desiderato) che Teodorovici non ci faccia mai più uscire da lì dentro. Invece giri pagina e Teodorovici, secondo un criterio bastardissimo che dovrebbe essere proprio di tutti gli scrittori bravi, non solo ti ci fa uscire, ma non ti ci farà mai più rientrare, sballonzolandoti per tutta la lunghezza della storia qua e là nel tempo e nello spazio, risalendo la spina dorsale di quest’uomo, di cui niente sapevamo prima e niente sapremo dopo ma che, nel frattempo, avremo imparato ad amare (e vi assicuro che prima della fine delle pagine avremo anche imparato a dare un nome e un perché a tutto quell‘alcol che stavano bevendo all’inizio, perché in effetti è di questo che parla questo libro, e cioè del perché due uomini relativamente giovani e relativamente affermati dovrebbero desiderare di distruggersi di alcol e di cambiare le proprie vite).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è un non so che di Carveriano, dicevo, solo che manca l’America. Manca completamente. La storia è molto precisamente localizzata: succede tutto in Romania, ci sono i nomi dei paesi, ci sono le caratteristiche geografiche di tutti i luoghi e, soprattutto, ci sono le abitudini, il folklore, le tipologie umane, i mestieri: “Un altro giro, sciamano” è anche un’interessantissima carrellata su questa straordinaria cultura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel capitolo numero due si parla di trampoli e di feste paesane, nel capitolo tre all’improvviso siamo in vacanza e si parla di snorkeling, di mute in neoprene e di gelosia (pagine di un erotismo sotterraneo pazzesco), nel capitolo quattro si parla di giornalismo, di carte segrete, di “carnat” e di “caltabos”, nel capitolo cinque si parla di un bambino-lupo e, di nuovo, di gelosia, tutto all’interno di una camera d’albergo, nel capitolo numero sei la storia vira verso i toni del tradimento e si parla del potere della verità, nel capitolo sette si parla di zingari e di oche, di cultura gitana, di crescita e di violenza, nel capitolo otto siamo in un camion e si parla di trasporti, traffico e di aria fritta, fino a quando - proprio un attimo prima che tu-lettore ti domanderai quale caspita sia il punto - l’autore ci riporta al centro preciso degli eventi con un colpo di quelli che ogni tanto fa Federer sotto le gambe che tutti si alzano e urlano e si guardano annuendo e le signore si aggiustano la tracolla della borsa sulla spalla che è scesa per il troppo applaudire, nel capitolo nove (forse il più “carveriano” di tutti) c’è una grande gita e già da qui diventa più chiaro come Teodorovici ci stia spingendo (anche simbolicamente) verso la riva, riprendendo, mano a mano che ci si avvicina alla conclusione, tutti gli elementi disseminati nell’arco della narrazione, disponendoli su un tavolo come se il grosso del puzzle fosse già risolto e si trattasse ormai soltanto di piazzare i pezzi perimetrali, nel capitolo numero dieci c’è un tram che canta e tante, tante botte, nell’ultimo capitolo, infine, anche questo sufficientemente carveriano da ricordare in qualche modo il capolavoro “Cattedrale”, alcune persone stanno in una casa, tra cui il protagonista, naturalmente, che finora non ci ha mai abbandonato, ma anche quell’altro tizio, quello che all’inizio, in quel bar con Leonard Cohen, si diceva convinto che la loro vita sarebbe cambiata, eccetera eccetera, e va a finire che si nomina un documentario su un incidente ferroviario che vi giuro vi farà sentire una specie di rumore, come di una zip che si chiude, perché quello sarà il costume di scena che si sigillerà definitivamente intorno al corpo dell’attore, facendone perdere per sempre le sembianze umane: ta-dan, vi dirà a quel punto Teodorovici, ecco qua l’effetto speciale completato, ecco perché io sono lo scrittore e voi siete i lettori, ecco perché questa storia adesso è veramente completa. Ecco perché questo libro è un vero libro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un piccolo capolavoro, sul serio.&lt;br /&gt;Una prova magistrale di costruzione di una trama e di solidità generale della struttura. Il tutto calato in uno scenario originale e fascinoso che non ha nulla del realismo della provincia americana a cui una letteratura simile ci aveva abituato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tante chiacchiere per tornare all’inizio: Lucian Dan Teodorovici ha scritto una cosa bellissima: a me è venuta voglia di essere il protagonista della sua opera. Di vivere nel suo piccolo mondo. Siate anche voi, per un po' di tempo, qualche altra cosa. Questo autore è formidabile a centrare l'impresa letteraria più bella di tutte: mettervi addosso un travestimento senza che ve ne possiate accorgere. Ritrovarsi all'improvviso con le brache alle ginocchia in mezzo alla strada: ecco che cosa dovrebbe fare sempre la letteratura ed ecco che cosa fa sicuramente in questo caso "Un altro giro, sciamano".&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-506431408758660201?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/506431408758660201/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=506431408758660201&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/506431408758660201'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/506431408758660201'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/12/dalla-fiera-del-libro-di-roma-mi.html' title='Dalla Fiera del Libro di Roma, mi riporto uno Sciamano.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-_wPtIxiXzVw/Tuio5LtD0fI/AAAAAAAAAFg/BRDrduNdnUA/s72-c/387438_2489221426249_1124103611_32483662_425301327_a.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-4335570080723371300</id><published>2011-11-07T13:32:00.001Z</published><updated>2011-11-07T13:32:47.095Z</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='libri'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='letteratura'/><title type='text'>Qualcosa a proposito dei libri.</title><content type='html'>I libri mi sconfiggono, ma non è colpa dei libri: non lo so, è qualcosa che ha a che fare col possesso. Nutro per i libri un fascino che è soprattutto anti-feticista, nel senso che non amo nessuna loro parte, in sé, pagine, copertina, profumo, colori, trama o contenuto: ciò che più mi affascina è quello che non riesco ad afferrare, la parte trascendente dei libri, non so se mi spiego. Stento a tenere lontane le mani dal nuovo romanzo di Jeffrey Eugenides: lo devo toccare, lo devo sfogliare, ma perfino sapere che lo posso comprare, possedere, non mi soddisfa, non mi rende felice, perché una cosa come un libro io non la potrò mai Avere Veramente. Non è questione di leggerlo o di capirlo: non è questione di analisi logica. E' un amplesso che non conosce fase refrattaria: in altre parole, un inferno. I volumi Adelphi, che si stagliano coloratissimi sugli scaffali, mi sconfiggono nell'amore viscerale che provo per loro, perché ogni volta che ne tiro fuori uno, dal buco nella pila mi soffia in faccia una specie di vento siderale che mi rimpicciolisce: hanno un numero sul dorsalino, cifre che possono salire tantissimo, arrivare a più di un migliaio e io, invece, che sono sempre uno, uno, uno, come potrò mai dominarli? Non certo leggendoli, perché arriverò, un giorno, al numero 1456 avendo dimenticato il numero tredici. Non è colpa di nessuno, ecco l'ultima questione frustrante: non ci sono responsabilità da attribuire. E' come quando stai tanti anni fidanzato con una ragazza che lavora in piscina e per un sacco di altro tempo, ben oltre la fine del rapporto, l'odore di cloro ti lascia sull'anima un solco come di coltello ogni volta che lo senti per caso. Non è colpa del cloro e non è colpa della piscina: è solo una cosa che succede e che è semplicemente irrisolvibile. I libri, come ogni altra cosa bella, per dirla con Paul Valery, fanno disperare.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-4335570080723371300?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/4335570080723371300/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=4335570080723371300&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/4335570080723371300'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/4335570080723371300'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/11/qualcosa-proposito-dei-libri.html' title='Qualcosa a proposito dei libri.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-3017733876664661152</id><published>2011-11-07T13:31:00.002Z</published><updated>2011-11-07T15:04:23.678Z</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='limortaccivostra'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='quotidiano'/><title type='text'>Limortaccivostra.</title><content type='html'>Il mio LIMORTACCIVOSTRA deve risalire le tubature e gli scarichi e vomitarvi in faccia fango e liquami mentre state martellando intorno ai sanitari; deve piegare i denti delle vostre seghe e allentare le teste dei vostri martelli, proiettandone l'estremità pesante in aria fino al centro esatto delle vostre scatole craniche; deve rendere più resistenti le pareti che state cercando di abbattere alle ore otto e venti del mattino, innescando così una frustrazione doppia della mia che invece sto cercando di dormire, una frustrazione tale che vi distrarrà solennemente inducendovi a perdere dalle tasche la paga in nero ricevuta dai vostri datori di lavoro, una coppietta fresca di matrimonio che ancora non ne sa niente di corna e avvocati divorzisti ma che presto saprà; deve bloccare sui binari i vostri treni che vi riporteranno alle vostre unità abitative - dislocate in nonluoghi proletari come Cisterna di Latina, Guidonia, Pignataro Interamna - con ritardi tali da insospettire le vostre mogli dell'est grasse e sciupate con le quali intratterrete rilassantissimi litigi fino all'alba, eventualità, questa, che vi condurrà al vostro luogo di lavoro, guarda caso l'appartamento al secondo piano del mio palazzo, stanchi e tesi, molto stanchi e tesi, così stanchi e tesi che vi ruberete a vicenda il pranzo e innescherete una rissa in slavo che richiamerà l'attenzione di una volante dei carabinieri, i quali noteranno delle gravi mancanze alla voce "sicurezza", obbligando i padroni di casa a interrompere i lavori fino a data da destinarsi e trasformando voi da operai del cazzo in disoccupati del cazzo. Così il giro sarà compiuto: obbligati dal bisogno, infatti, tornerete per le strade a fare quello che sapete fare meglio, cioè lavare i vetri ai semafori, dando finalmente a me la possibilità di indurvi al silenzio semplicemente sollevando il finestrino. LIMORTACCIVOSTRA.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-3017733876664661152?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/3017733876664661152/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=3017733876664661152&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/3017733876664661152'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/3017733876664661152'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/11/limortaccivostra.html' title='Limortaccivostra.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-8450942628065434018</id><published>2011-11-07T13:30:00.002Z</published><updated>2011-11-07T13:30:56.713Z</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='david foster wallace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='narrativa'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='letteratura'/><title type='text'>Invidia.</title><content type='html'>"Nell'impallidire, la sabbia si assesta e sibila. Faye sta guardando il profilo del viso di Julie Smith. Julie ha la pelle più bella che Faye abbia mai visto addosso a qualcuno sulla faccia della terra. Non è solo il fatto che sia tanto luminosa da fare impressione, o che qui, con il riverbero del sole basso sull'acqua, abbia il colore di un buon vino rosato; è che ha la consistenza di qualcosa di veramente vivo, una morbidezza elastica, come un guscio maturo, un baccello. È vulnerabile e ha profondità. È tesa, brillante e dura solo sopra gli zigomi alti e tondi di Julie; le ossa rendono le guance scavate, gli occhi infossati. I contorni del suo viso sono a chiave di violino, quasi slavi. Tutto in lei è come permeabile: anche la sottile fessura nera tra i due incisivi sembra una specie di apertura fatta apposta per infilarci qualcosa, un invito a ritroso".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[Mi immagino rispondere così, da vecchio, citando a memoria questo passaggio di un racconto mostruoso di David Foster Wallace che si intitola "Piccoli animali senza espressione", quando con cinque o sei romanzi all'attivo, una prostata andata e un conto a sei zeri dall'analista, qualche giornalista di una piccola fanzine letteraria, particolarmente attento alle mie stronzate, mi chiederà come mai non ho mai inserito una sola descrizione fisica dei miei personaggi. Be', perché ho pensato che tanto non sarei mai stato così bravo a farlo, dirò, né così esaustivo, in pochissime righe, e devi sapere, ragazzo mio (adopererò locuzioni del genere incoraggiato dai miei capelli bianchi), che io sono sempre stato un soggetto particolarmente incapace di gestire l'invidia]&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-8450942628065434018?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/8450942628065434018/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=8450942628065434018&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/8450942628065434018'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/8450942628065434018'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/11/invidia.html' title='Invidia.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-416227304603305991</id><published>2011-10-28T15:27:00.000+01:00</published><updated>2011-10-28T15:27:05.170+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amicizia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='quotidiano'/><title type='text'>Chiunque.</title><content type='html'>Chiunque usi un pennello per spalmare di uovo una torta rustica, chiunque lasci un avocado a maturare quattro o cinque giorni in una busta di cartone appesa a una sedia, chiunque se la prenda con dio per un risotto venuto troppo salato, chiunque sbatta per terra qualcosa davanti all'ennesima mancanza di gentilezza del prossimo, chiunque perda un minuto in più del normale a leggere il retro di una confezione di corn flakes al supermercato, chiunque mostri un'indecisione visibile davanti a due o più bottiglie di vino da aprire, chiunque stringa amicizia con un libraio, anziché limitarsi a trattarlo come un cassiere, chiunque manifesti una debolezza, senza temere di apparire frangibile, chiunque abbia ancora la forza di spalancare gli occhi di meraviglia davanti a un amico che arriva puntuale a un appuntamento nonostante la pioggia, chiunque dimostri di sapersi godere un'emozione senza per forza ricorrere a questo noioso cinismo, chiunque preferisca scendere al bar piuttosto che salire in cattedra, chiunque goda fisicamente per una carbonara perfettamente riuscita, chiunque esulti come Tardelli per un parcheggio trovato sotto l'ufficio, chiunque preferisca un Negroni perfetto a un Negroni "sbagliato", chiunque si senta felice per un invito a cena di martedì, chiunque sappia cantare a squarciagola anche una canzone degli 883, questi è amico mio e io desidero che sopravviva.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-416227304603305991?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/416227304603305991/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=416227304603305991&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/416227304603305991'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/416227304603305991'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/10/chiunque.html' title='Chiunque.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-1567198848354397403</id><published>2011-10-27T15:06:00.001+01:00</published><updated>2011-10-27T16:24:13.310+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='sic'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='marco simoncelli'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='58'/><title type='text'>58</title><content type='html'>Come si accende, una motocicletta? Come ci si infila un casco senza ferirsi le orecchie? Lo ignoro. Non ho mai guardato un GP, nutro una perfetta antipatia per Valentino Rossi, esecro quelle tute acetate, non mi piacciono gli sport in cui gli esseri umani siano "appendici". Ma una cosa la so benissimo: so cosa significa vivere esclusivamente per la propria passione. A me già commuove questo, quando lo riscontro: già mi viene voglia di abbracciarmi da solo quando guardo o conosco qualcuno spingere al massimo sull'acceleratore per inseguire un unico, consolidato e definitissimo sogno. Do a questo la definizione di BELLO. Morire di questa roba io non so dire se sia affascinante, doloroso o giusto: ma vale l'emozione. Vale la commozione. Vale la partecipazione. Proprio come la vale un morto di maltempo. Che fa, se qualcuno è andato al funerale del suo campione sportivo preferito perfettamente vestito da motociclista, col casco e i guanti? Che fa se ha condotto fin lì anche suo figlio, conciato alla stessa maniera? Fino a due giorni prima tifavano per lui seduti in poltrona: al funerale di vostro figlio non vi vestireste come lui gradirebbe? Quando un amore vi si frantuma tra le mani, non andate a caccia nei cassetti delle cose e dei profumi che vi avevano reso felici? Non vi imbambolate davanti ai tavoli di ristorante che vi avevano ospitati in due, magari solo la settimana prima? È vero, in tanti muoiono giovani e nessuno ne parla, ma sono vere anche tante altre ingiustizie e almeno queste non fanno male a nessuno. Va bene così: crepare di un sogno sa di buono, come sa di buono morire spalando fango o rovistando tra le macerie. In questi ultimi giorni ho percepito sincero cordoglio, ma molto di più ho letto dell'indignazione di chi, non provando interesse per nessuna cosa, si è interessato improvvisamente a qualsiasi fatto che secondo la sua opinione doveva avere più riscontro della morte di Simoncelli. Se questa è l'alternativa, sentite, io preferisco quelli che si sono presi un giorno di permesso al lavoro per andare a salutare il loro campione più amato travestiti da lui: almeno stasera riempiranno la cena di chiacchiere e, tornando a casa, avranno voglia di guardare meglio il paesaggio. Funziona così, non è mai più complicato: siamo solo persone. Siamo tutti solo persone. Ciao ciao campione, io non so nemmeno perché ti chiamavano Sic.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-1567198848354397403?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/1567198848354397403/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=1567198848354397403&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/1567198848354397403'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/1567198848354397403'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/10/58.html' title='58'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-1253284357424819972</id><published>2011-09-23T17:42:00.000+01:00</published><updated>2011-09-23T17:42:42.049+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='televisione'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='narrativa'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='attualità'/><title type='text'>Va ora in onda.</title><content type='html'>Benvenuti, benvenuti, benvenuti nell'home page del Padre Assassino! Guardate, guardate, guardate le incredibili foto degli occhi da pazzo: signor omicida, ci dica, ci dica, ci spieghi le ragioni del suo gesto. Niente affatto: dovete prima riferire col mio agente. Ecco, signora, lei che è la vicina di casa dell’omicida, ci racconti: se lo aspettava? Ma guardi un po’, era tanto una brava persona, le assicuro, pensi che usciva coi figli tutte le mattine e prima di portarli a scuola entravano lì nel forno a prendere i cornetti per la colazione. E dunque lei è il fornaio: che cosa può dirci del pazzo? Santo cielo, una carissima persona, pulita e posata, chi lo avrebbe mai detto che amasse i coltelli a tal punto? &lt;br /&gt;Benvenuti a “Porta a Porta”, questa è la statua di cera che riproduce esattamente il corpo martoriato della vittima, e questa sera al “Maurizio Costanzo Show”, in esclusiva, i ballerini di “Amici” insceneranno il dramma delle madri assassine: a seguire un’inchiesta di Alba Parietti sui traumi psicopatologici post partum e da domani in libreria “La mia verità”, lo sconcertante esordio letterario di &lt;i&gt;Mammamaria Franzoni. &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;Ecco lei, signore caro, sì proprio lei, perché si trova qui dalle cinque di questa mattina davanti al Tribunale? Faccio la fila per vedere il mostro con questi vivi occhi, mi pare ovvio! Per poterlo toccare! Per poterlo avvicinare! Sa che il mio povero bambino sta tanto male e allora noi crediamo, la mia signora ed io crediamo, che un autografo del mostro lo potrebbe rimettere in sesto almeno per un po’, ridargli il sorriso.&lt;br /&gt;Din-don! Grandi novità nell’inchiesta dell’ultimo barbaro caso: ritrovati dei peli incriminanti! Al lupo al lupo: appartenevano al cane. Con tutti questi extracomunitari in giro, è normale che prima o poi ci scappi il morto, dice la brava gente. Recuperata, dopo quattro anni, l’arma del delitto: si trovava ancora conficcata nella carne dell’ucciso. Intanto i Ris di Parma si sono convinti: l’omicida è una donna, ha colpito con la mano sinistra e apparteneva agli ultras della Lazio. No, fermi tutti: passo indietro nelle indagini, il morto non è morto: è stato visto vivo a comprare “Il Manifesto”, vuoi vedere che il morto era comunista? &lt;br /&gt;Ta-daaan! Nuovo ed agghiacciante video dell’adolescente impazzito: per soli tre euro e mezzo potete scaricarlo da Internet. Ritrovati finalmente nel pozzo i corpi mummificati dei bambini. Signora! Signora Permette una domanda? Come si sente ad essere una madre di tre meravigliosi bambini morti? &lt;br /&gt;E adesso un bel primo piano: guardate come sono belle queste due teenagers assassine! Nel loro dna hanno, insieme alle prove scientifiche della colpevolezza, anche le credenziali per diventare le nuove, fotografatissime Veline! Guardate, guardate, guardate come sorridono alle telecamere mentre vengono portate nel carcere di massima sicurezza. &lt;br /&gt;Edizione straordinaria! Edizione straordinaria! Nessuna novità sul delitto di Perugia! E proprio di questo parleremo nella puntata odierna di “Matrix”, cioè del NIENTE: massimi esperti in studio Valeria Marini, Riccardo Scamarcio, Rodolfo del “Grande Fratello” e il famoso psicologo della televisione, uno alla volta, per piacere, uno alla volta ché altrimenti a casa non capiscono niente! &lt;br /&gt;Adesso l’arbitro fischierà il minuto di silenzio per ricordare la scomparsa dei piccoli innocenti orribilmente trucidati dallo zio, l’ozio è il padre dei vizi, per questo il tenente ammiraglio in pensione ha massacrato la famiglia con la pistola d’ordinanza: lui senza lavoro era disperato e depresso. Previsto per domani un sit-in dei lavoratori in cassa integrazione. &lt;br /&gt;Buonasera dal Tg1: nuovissime ed inquietanti novità dalla scena del delitto del giorno. Sembra, in effetti, che ad uccidere non sia stata una sola mano, ma due: ciò non toglie che l’omicida possa essere ambidestro, permangono i dubbi, i dubbi, i dubbi. Ne parleremo nella prossima puntata!&lt;br /&gt;E allora buonasera dall’informazione di La7, ospite in studio Giuliano Ferrara che ci dimostrerà scientificamente come questo imbarbarimento delle famiglie moderne, tanto votate alla violenza domestica, sia dovuto alla pillola del giorno dopo. L’assassino dice: sono innocente! L’assassina dice: sono innocente! Le prime pagine dei giornali titolano: gli assassini sono innocenti! I testimoni hanno preso un abbaglio, il Dna si sbaglia, le prove sono contraffatte, le testimonianze inverosimili: qualcuno mente, ma CHI? Televotate, televotate, televotate! &lt;br /&gt;Sospetto assassino trovato in possesso di materiale pedopornografico. Ma prego, ci racconti la sua verità, in esclusiva, ai nostri microfoni. Volentieri, ma fanno 100mila euro, grazie. Lacrime comprese nel prezzo.&lt;br /&gt;Signore e signori buonasera: apriamo con la crisi d’ascolti del Festival di Sanremo, a seguire le ultime sconcertanti novità sul caso della “cascina degli orrori”, ma ora le previsioni del tempo. A seguire, in esclusiva su MTV, il rap assassino che ha fatto impazzire il collegiale americano: ascoltatelo con un adulto vicino, ci raccomandiamo, e se doveste anche voi avvertire degli istinti assassini, vi preghiamo cortesemente di mettervi subito in contatto col nostro ufficio commerciale. &lt;br /&gt;Un, due, tre, jingle, jingle, jingle: dalla mezzanotte di oggi collegatevi col sito e potrete guardare il mostro in carcere 24 ore su 24 via webcam. &lt;br /&gt;Din don dan, ecco a voi un messaggio dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri: se proprio devi morire ammazzato, fallo, per piacere, lontano dalla campagna elettorale, oppure, in alternativa, se sei l’assassino, lascia evidenti tracce sul corpo della vittima così che noialtri, cioè il BENE, ti si possa rintracciare tempestivamente e affidare alle patrie galere per la gioia degli elettori.&lt;br /&gt;Ultim’ora: altre cento morti bianche, caccia al responsabile. I sospetti cadono sul lavoro perché ieri sera a quest’ora non aveva un alibi. Din don dan, nuovo messaggio dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri: gentile lavoratore, gentile lavoratrice, caso mai dovesse capitarti di assistere alla tragica morte di un collega, per piacere, evita di andarlo a salvare, almeno così avremo un solo morto anziché due, il che farà comunque meno notizia. Din don dan, fine del messaggio. Massì, dirà il Cittadino Medio con un gomito fuori dal finestrino della sua Porsche, ma in fondo &lt;i&gt;thyssenefrega&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;E torniamo alla notizia principale della giornata: dramma della povertà in provincia di Paperopoli: Qui, Quo e Qua trovati morti là. Già fermato lo zio che si difende: non avevamo più il becco di un quattrino. Domani su “Oggi” tutte le novità in esclusiva, tra cui: lo zio assassino in una rara foto di quando aveva 14 anni, lo zio assassino fotografato col nuovo flirt e, per la prima volta, le immagini della casa dell’orrore: guardate le tracce di sangue sulle pareti e scovate le 14 piccole differenze, ricchi premi in palio, noi torniamo dopo la pubblicità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-ojpWOKVSw-I/Tny28yvYE-I/AAAAAAAAAFI/1FymufdVwSQ/s1600/308908_2136342804504_1124103611_32272067_1583131688_n.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="346" src="http://1.bp.blogspot.com/-ojpWOKVSw-I/Tny28yvYE-I/AAAAAAAAAFI/1FymufdVwSQ/s400/308908_2136342804504_1124103611_32272067_1583131688_n.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-1253284357424819972?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/1253284357424819972/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=1253284357424819972&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/1253284357424819972'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/1253284357424819972'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/09/va-ora-in-onda.html' title='Va ora in onda.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-ojpWOKVSw-I/Tny28yvYE-I/AAAAAAAAAFI/1FymufdVwSQ/s72-c/308908_2136342804504_1124103611_32272067_1583131688_n.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-4589729875886474356</id><published>2011-09-23T17:37:00.000+01:00</published><updated>2011-09-23T17:37:06.421+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='tom e gerry'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='narrativa'/><title type='text'>Erano animati, animati dallo sconforto.</title><content type='html'>- Te la sei scopata almeno?&lt;br /&gt;&lt;i&gt;(getta via la sigaretta con una schicchera esperta. C'è una certa dose di consapevole esibizionismo, anche)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;- Fiuuuu. Avresti dovuto vedere che femmina... Ero certo di distruggerla, invece mi ha distrutto lei...&lt;br /&gt;- Non hai più il pelo di una volta, Tom.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;(sorride, ma il sorriso dura poco. Pensosamente si liscia un baffo)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;- Ti voglio dire solo una cosa, Jerry: mi ha legato al letto...&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;- ... Le ho miagolato le cose più sconce. Diceva che le piaceva così e a me andava bene. Insomma, se di mezzo c'è la micia non si rifiuta niente. O no?&lt;br /&gt;- Puoi dirlo…&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;&lt;i&gt;(evitano di guardarsi per un momento. C'è qualcosa nell'aria che non è stato ancora detto)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;- E con quella storia, invece? Che pensi di fare?&lt;br /&gt;- Guarda... Ho sentito l'avvocato. Dice che mi devo rivolgere al sindacato. Che ci dobbiamo rivolgere al sindacato...&lt;br /&gt;- Al sindacato?&lt;br /&gt;- Sì, al sindacato. Lo so cosa stai pensando: ma è tempo di agire, Jerry. Questi vogliono la nostra pelle, non abbiamo più la libertà d'azione di una volta. Un tempo eravamo le star, ci permettevano di tutto. Adesso hai visto? Gesù, i ragazzini stravedevano per noi... Ora che i bei tempi sono finiti, con tutto quel vomitevole wrestling e il 3-D e via dicendo, ecco che basta una cazzata per...&lt;br /&gt;- E tu la chiami cazzata?&lt;br /&gt;- Santo dio Jerry! Ho fumato una sigaretta, e allora? Non ti ci mettere anche tu, adesso... Ho solo fumato una sigaretta e adesso vogliono la mia testa. Neanche fossi Ghandi o un Reale d'Inghilterra…&lt;br /&gt;&lt;i&gt;(se ne accende un'altra. La camera è in penombra. Ci sono delle veneziane e una vecchia macchina da scrivere su un tavolo logoro che difetta di una "T". I posacenere sono dappertutto)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;- Non è che mi ci metto, Tom. Ma le sai le regole dell'authority, no? Ci hanno fatta una testa tanta e tu ti metti a fumare sul set? Davanti alle telecamere! Coi giornalisti e i fotografi!&lt;br /&gt;- Il mio Vietnam è la micia, c'è poco da fare…&lt;br /&gt;&lt;i&gt;(guarda l'amico in cerca della vecchia complicità. Non la trova)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;- Sì, e noi perdiamo il lavoro perché tu dovevi per forza offrire da fumare a quella tizia…&lt;br /&gt;&lt;i&gt;(torna serio)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;- A parte il fatto che non so se hai visto com'era vestita; comunque, non dire cazzate. Sono solo IO che rischio il lavoro: tu sei quello bravo e buono e reciterai questa parte per sempre...&lt;br /&gt;- Tom, stronzate! (si alza dalla poltrona dove bivaccava. Rovescia una lattina di birra vuota) Lo sai benissimo che io da solo non valgo niente! Cosa pensi che mi faranno fare, DA SOLO? Pensi davvero che mi daranno lo show del sabato sera, come mi continua a dire quell'inetto del mio agente? Non mi daranno un cazzo. Noi siamo una COPPIA, capisci? Dean Martin e Jerry Lewis, Totò e Peppino De Filippo, Stanlio e Olio, Walther Matthau e Jack Lemmon: lo sai come funziona lo spettacolo, no? Io sono la spalla, cazzo. La spalla da sola a che cosa serve? Se sei finito tu, sono finito pure io...&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;- Senti, c'è solo una cosa sicura: se andiamo al sindacato siamo rovinati.&lt;br /&gt;- Il fatto è che saremo rovinati lo stesso, amico mio... ci hanno censurato una puntata. Ti rendi conto che cosa significa? Nessuno vorrà più trasmettere la nostra roba: perfino meno di adesso…&lt;br /&gt;- No, Tom, senti. Ti ricordi cosa successe al Gatto Silvestro? Quando morse davvero Titti sul di dietro e via dicendo? Quella puttana lo denunciò e lo fermarono per non so quanto. Lui, consigliato dall'avvocato, si rivolse al sindacato e…&lt;br /&gt;- Lo so, lo so...&lt;br /&gt;- Appunto! Ti sei fumato anche il cervello, per caso? Gliene successero di tutti i colori! La stampa si accanì in quel modo e da allora non ha mai più lavorato. Non mandano neanche le puntate in bianco e nero, niente. Kaput, finito, bye bye. Le major non ne vogliono più sapere: un cartone animato che si rivolge al sindacato è come un politico che pretende di non fare la fila al ristorante. Oppure un calciatore che sciopera! Non lo accettano, la gente è stupida e invidiosa e se sei un privilegiato e ti sei arricchito col tuo talento, allora non puoi avere diritti! Secondo loro dovremmo accettare gli inconvenienti sul lavoro e basta. &lt;i&gt;(segue un momento di silenzio, poi Jerry riprende, con un tono di voce più basso rispetto a prima)&lt;/i&gt; Questo maledetto fatto che non possiamo morire è una condanna... Non ce lo riescono a perdonare. Nessuno di loro...&lt;br /&gt;- E io che dovrei fare, allora? Noi, Jerry, che dovremmo fare?&lt;br /&gt;&lt;i&gt;(si dimentica di fumare. La sigaretta diventa un cilindro di cenere tra le sue dita)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;- Io propongo di prostituirci...&lt;br /&gt;- Cosa?!&lt;br /&gt;- Di prostituirci. In questo senso: diamoci al sociale. Il mio agente mi ha già fatto delle proposte interessanti. Pubblicità anti-fumo, cose del genere. Mostriamoci pentiti e bla bla bla... Io che ti rimprovero, tu che mi prometti di non rifarlo e baggianate simili...&lt;br /&gt;- Dio, che vomito...&lt;br /&gt;- Lo so, ma è l'unica via lo capisci? Un po' di pubblicità progresso gratis e l'immagine sarà ricostruita. Ci inviteranno in qualche talk-show, tu farai una di quelle scenette da fumatore pentito e schiaccerai sotto la zampa qualche mozzicone. Facciamo un paio di numeri, mi dài qualche martellata, facciamo ridere i bambini e via: i contratti torneranno a fioccare. Vedrai, lo sai che me ne intendo di queste cose.&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;&lt;i&gt;(alle pareti sono appese tantissime foto incorniciate. Tom &amp;amp; Jerry in smoking che ritirano premi dalle mani di personaggi rappresentativi, Tom &amp;amp; Jerry con un mazzo di microfoni sotto i baffi. Ci sono delle statuette con targhe commemorative su ogni ripiano, ma tutte sono impolveratissime e qualcuna, addirittura, è sistemata al contrario. Vicino alla porta d'ingresso c'è una grande foto di Mickey Mouse, con quella blusa rossa e i bottoncini gialli. C'è scritto: "A Tom &amp;amp; Jerry, pionieri". Su un ritaglio di giornale, ormai sbocconcellato, si legge, in grassetto: "Dodici minuti di applausi!")&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;- Tom?&lt;br /&gt;- Ma non lo capisci, Jerry?&lt;br /&gt;&lt;i&gt;(adesso parla a occhi chiusi. Dappertutto c'è un odore di cose perdute e altre destinate a finire male)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;- Che cosa?&lt;br /&gt;- Ma quali contratti? Non lo capisci che la sigaretta è solo una scusa? Un capro espiatorio. Ci censurano qui, ci levano dalla programmazione là... Tutta una scusa. La verità è che non ci guarda più nessuno; non facciamo più ridere nessuno. Forse negli anni '60, adesso la tv è piena di violenza autentica; perché dovrebbero guardare la nostra posticcia? Siamo passati, amico mio.&lt;br /&gt;- No, tu sei sempre stato troppo...&lt;br /&gt;- Dài… Non facciamo che darcele di santa ragione da cinquant'anni, Jerry. Tu hai rimediato un'ernia del disco e io una denuncia per guida in stato di ebrezza dopo quella festa dai Rabbit. Chi eravamo prima del grande boom? Tu facevi la controfigura in un circo, io ho vinto un concorso per ex tossicodipendenti da reintegrare. Rendiamoci conto di chi eravamo, ringraziamo il cielo per quello che abbiamo avuto e smettiamola di fare i finti tonti. Non c'è più spazio per noi... A un certo punto bisogna sapersi tirare indietro...&lt;br /&gt;- Il mio agente dice...&lt;br /&gt;- Non me ne frega un cazzo di quello che dice il tuo agente, Jerry! Quello è un frocio con un'ossessione per i soldi e gli anelli kitch. Guardati intorno, stanno cadendo tutti: Titti, dopo la causa vinta con Silvestro, è fallita del tutto e adesso tiene quella stupida rubrica di cucina in televisione. L'hai visto Bugs Bunny com'è finito? A fare i &lt;i&gt;clippini&lt;/i&gt; su Facebook!&lt;br /&gt;- Con tutta la coca che si tirava non c'è mica da stupirsi...&lt;br /&gt;- Va bene, ma io non mi voglio piegare! Ne sono tutti usciti male, perché hanno provato a recuperare, hanno provato a lottare, senza accettare l'eventualità più semplice e cioè che la gente si è semplicemente stufata. Quelli di Walt Disney, allora? Dài, non si scappa: sono alla frutta perfino loro che avevano dietro quel po' po' di struttura, effetti speciali, grande distribuzione e cinema! Siamo fottuti, sigaretta o non sigaretta.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;(si alza, poi si accorge di non avere un solo posto dove andare al mondo e allora si risiede. Sono solo cartoni animati. Animati dallo sconforto)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;- Ma di loro si sapeva che sarebbero finiti male, Tom... Con tutto quel buonismo del cazzo, non c'era scampo... Erano destinati a passare di moda... Oggi come oggi resistono solo i Simpsons. Quei bastardi hanno una fortuna del diavolo... Non avranno mai bisogno del sindacato: hanno più visibilità del Presidente della Repubblica. Noi, con qualche modifica narrativa o stilistica, potremmo farcela. In fondo ci picchiamo. L'hai detto tu stesso che la violenza va eccome di moda!&lt;br /&gt;- Ma hanno reagito così per una sigaretta, figurati se ci permetterebbero di cambiare altro. Quello che sto cercando di dirti è che siamo passati di moda. C'è il computer, la gente va a vedere Cars, Shrek, oppure si rincoglionisce di donne nude e guerra. Trent'anni fa non avrebbero fatta una piega per due tirate. Ti ricordi come facevano? Signor Tom di qua, signor Jerry di là. Ci trattavano a cocktail di gamberi e portiere aperte. Guardati intorno, guarda tutte queste foto! (fa un ampio gesto con il braccio) Non mancavamo a una festa, altro che sorelle Hilton. E oggi? Passiamo le giornate nel tuo studio a guardare videocassette e a provare numeri ritriti. Ci rincoglioniamo di alcol e fumo e guarda, tu guarda questo ridicolo martello gigante di polistirolo! Non capisci che è PREISTORIA, maledizione!?&lt;br /&gt;&lt;i&gt;(scaglia il martello verso l'amico, in un impeto di deformazione professionale. Jerry lo scansa con un effetto sonoro gommoso)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;- Io non li faccio gli spot progresso, Jerry. Non faccio un passo indietro: fumo quaranta sigarette al giorno, che spot dovrei fare? Le ho provate tutte, lo sai. Alla fine ero in una tale confusione che masticavo i cerotti alla nicotina; a cosa dovrebbe servirci non fumare, se non possiamo neanche beccarci un cancro? Me lo spieghi? Tu non hai i tuoi film porno con cui ti trastulli tutte le notti davanti a quel computer? Ognuno è quello che è: prima non contava un accidenti. Oggi ce le fanno pagare tutte, perché non gli rendiamo più i soldi di prima. Siamo solo cartoni, dio santo: non ci perdonano il fatto di avere un vita. Quelli vanno a vedere tutti entusiasti un panda che fa kung-fu! E pagano, anche: noi siamo gratis!&lt;br /&gt;- E' che i bambini ci hanno presi a mo' di esempio e noi dovremmo...&lt;br /&gt;- Ma quale esempio?! Siamo un cartone animato che si basa - di fatto - sulla violenza e l'umiliazione reciproca e dovremmo dare l'esempio? A chi? Il nostro pubblico è fatto per il 90% da marmocchi repressi lasciati in balìa della televisione da genitori assenti. Le hai lette le statistiche diffuse dall'Ordine Nazionale, no? Dovrebbero essere LORO ad essere censurati, mica noi. La verità è che non siamo più all'apice... E quando smonti dall'apice, Jerry, ci vuole un miracolo per risalirci... Ricordati sempre dei Jetsons, di come hanno finito per sperperare tutto in avvocati divorzisti... O di Will il Coyote, che è finito in analisi e ora non esce più di casa perché ha paura di qualsiasi rumore. Altro che privilegiati: la pensione di invalidità ci dovrebbero dare.&lt;br /&gt;- Un miracolo dici...&lt;br /&gt;- E il tuo agente li fa i miracoli? No, non li ha mai fatti. E io un agente non ce l'ho, da quando quello stronzo fece il doppio gioco con l'Orso Yogi e io ci persi un sacco di soldi. Basta con questi agenti, e se ricorrere al sindacato ci porterebbe solo danni come dici tu, allora tanto vale...&lt;br /&gt;- Non potremmo fare come i Flinstones?&lt;br /&gt;- Che hanno fatto quei trogloditi?&lt;br /&gt;- Hanno aperto un locale, lì in America.&lt;br /&gt;- Ma quelli sono una S.p.A., Jerry. E hanno sbancato anche al cinema, non ti ricordi? Con tutti quei dinosauri del cazzo. Sono un marchio vincente e la gente ci corre ancora dietro. Noi chi siamo? Un gatto opportunista e un piccolo topo d'appartamento. Ce l'abbiamo mai avuti i dinosauri forse?&lt;br /&gt;- Ehi!&lt;br /&gt;- Senza offesa...&lt;br /&gt;- E allora che ne sarà di noi? Cazzo, Tom, abbiamo vinto SETTE Oscar, non può finire in questo modo. Non può essere semplicemente tutto qui…&lt;br /&gt;- E invece è così. Il più delle volte una fine è una fine. Non c'è morale.&lt;br /&gt;- …&lt;br /&gt;- A meno che…&lt;br /&gt;- Cosa?&lt;br /&gt;- Lo sai…&lt;br /&gt;- Merda, Tom. Tanto vale andare al sindacato!&lt;br /&gt;- Il sindacato ci affosserebbe. Invece quell'altra cosa ci rilancerebbe…&lt;br /&gt;- Ma nel modo sbagliato!&lt;br /&gt;- Sei diventato un moralista improvvisamente? Non paghi le tasse da quarant'anni e ti scandalizzi per…&lt;br /&gt;&lt;i&gt;(il silenzio gelido viene rotto da una sirena della polizia che passa giù in strada. Tutti e due guardano verso la finestra)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;- Tu pensi davvero che sia l'unica soluzione?&lt;br /&gt;- Altrimenti la pensione, te l'ho detto.&lt;br /&gt;- Non siamo così vecchi, vaffanculo!&lt;br /&gt;- Senti, in fondo non sarebbe poi così diverso da una di quelle pubblicità progresso del cazzo che volevi fare tu.&lt;br /&gt;- E in più non sarebbe gratis…&lt;br /&gt;- Vedi che stai venendo a me?&lt;br /&gt;- Dopo tutto l'ha fatto anche Braccio di Ferro e oggi la tv via cavo ritrasmette tutte le vecchie puntate e pare che gliene facciano fare di nuove…&lt;br /&gt;- Tàc.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;(Tutti e due si fermano a pensare, ma in realtà è solo Jerry che sta pensando. Dopo poco, infatti, Tom si alza e accende un'altra sigaretta. Ne aspira una grande boccata, poi la tiene tra le labbra sottili. Protende le zampe verso quello che potrebbe essere l'infinito e con gli indici e i pollici distende l'imitazione di una grande insegna luminosa. Gli occhi gli luccicano e con la voce canticchia una qualche sigla prodigiosa d'avanspettacolo)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;- Sì, amico mio. Sì. Quello che ci vuole adesso&lt;br /&gt;è un grande &lt;br /&gt;grandissimo&lt;br /&gt;R-E-A-L-I-T-Y-S-H-O-W.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-1VAvG2ibcEc/Tny1T1fJfMI/AAAAAAAAAFE/SrBPexIIt4c/s1600/309148_2155681807967_1124103611_32286336_456881525_n.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="288" src="http://2.bp.blogspot.com/-1VAvG2ibcEc/Tny1T1fJfMI/AAAAAAAAAFE/SrBPexIIt4c/s400/309148_2155681807967_1124103611_32286336_456881525_n.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-4589729875886474356?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/4589729875886474356/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=4589729875886474356&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/4589729875886474356'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/4589729875886474356'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/09/erano-animati-animati-dallo-sconforto.html' title='Erano animati, animati dallo sconforto.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-1VAvG2ibcEc/Tny1T1fJfMI/AAAAAAAAAFE/SrBPexIIt4c/s72-c/309148_2155681807967_1124103611_32286336_456881525_n.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-2953324793105738060</id><published>2011-09-23T17:31:00.001+01:00</published><updated>2011-09-23T17:32:06.443+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='michael herr'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='recensioni'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='narrativa'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='dispacci'/><title type='text'>Il Vietnam al posto di un'infanzia felice.</title><content type='html'>Mi piacerebbe parlare di un libro edito da Rizzoli e scritto da uno dei più famosi corrispondenti di guerra al mondo: si tratta di “Dispacci” di Michael Herr, forse il libro più intenso che abbia mai letto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal lavoro di questo straordinario giornalista hanno tratto due filmetti di genere di poco conto, come&amp;nbsp;&lt;b&gt;“Apocalypse now”&lt;/b&gt; e &lt;b&gt;“Full metal jacket”&lt;/b&gt;, ma questo è un dato utile per incrementare le vendite. Un altro dato utile ad incrementare qualcosa, cioè l’attenzione, è questo: lo scrittore britannico &lt;b&gt;John le Carrè&lt;/b&gt; ha definito “Dispacci” &lt;i&gt;il più bel libro sulla guerra dopo l’Iliade&lt;/i&gt;. Il terzo ce l’ho già messo io, definendolo probabilmente il libro più intenso che mi sia mai capitato di leggere. Potrebbe bastare questo per invitarvi all'acquisto e alla lettura e a farla finita qui, ma se disponete di qualche minuto di tempo ancora, vorrei provare a farvi fare un giro un po' più lungo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Dispacci", infatti, è uno di quei testi in grado di restituirvi alla vita diversi da come vi aveva trovato. La potenza letteraria è spaventosa e la componente giornalistica altrettanto. C’è anche un’introduzione di &lt;b&gt;Roberto Saviano&lt;/b&gt;, molto inutile, perché quasi subito il Nostro comincia a parlare di se stesso, riferendoci di quanto gli sia stato necessario “Dispacci” nella sua “personale guerra” e bla bla bla: però una cosa interessante la dice, cioè che dopo di questo, Michael Herr non ha mai più scritto un solo libro, niente, neanche una riga. Certo, ha collaborato alla sceneggiatura dei due capolavori di Coppola e Kubrik, ma quanto a libri, zero. Ho controllato, ed è vero. Questa cosa mi ha colpito tantissimo: l’efficacia letteraria di “Dispacci” è talmente evidente, assoluta, completa, che è come se questo scrittore si fosse sentito appagato, esaurito, “finito” già dopo questa sua prima e unica opera. Non mi pare di aver mai letto niente di nessuno che non abbia mai più scritto, dopo. Forse è per questo che nel suo libro c’è così tanto: perché c’è tutto. Tutto quello che voleva e doveva dire. Il massimo grado di sincerità possibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Leggetelo, dicevo.&lt;br /&gt;Non solo vi informerà sulla guerra delle guerre, la più lunga e tra le più sanguinose della nostra storia, la guerra persa dagli americani, la guerra che, per paradigma, riesce ad incorporare tutte le altre, in quanto sublimazione della totale inutilità della guerra stessa, intesa come processo di “pacificazione”; non solo farà questo, ma vi calerà in un territorio altrimenti inesplorabile e inconoscibile, com’è quello della morte, della pazzia e della vita umana. “Dispacci” parla soprattutto di questo: è il primo libro della mia vita da cui abbia tratto un’impressione netta di “testimonianza dell’aldilà”. Secondo me (ora si udiranno dei tuoni in lontananza) è una specie di “Divina Commedia” dantesca: del Sommo si diceva che avesse conosciuto Inferno, Purgatorio e Paradiso tramite una specie di viaggio dell’anima, una sorta di "mesmerizzazione", e che fosse tornato a noi per poterlo raccontare: una missione divina, superiore. La medesima sensazione l’ho percepita col libro di Herr: è come se questi avesse ricevuto la possibilità di visitare il territorio che è “oltre” tutti noi, quello della morte, della pazzia, dell’irragionevole cattiveria pura, e di potervi fare ritorno per testimoniarcelo, per dirci: ehi, è così che funziona laddove voi non potrete mai andare. Ci sono io per dirvelo e adesso infatti ve lo dico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tante volte, terminato un libro, ho avuto voglia di telefonare all’autore, di chiedergli qualcosa. Finito “Dispacci” ho avuto voglia di abbracciare Michael Herr, perché l’opera che ci ha lasciato in eredità è scritta con un inchiostro che nessuno di noi potrà adoperare, mai, indipendentemente dalla tecnica, dalla maestria. È lo stesso territorio dei Baudelaire e dei Dostoevskij, solo che lui anziché andarci con lo spirito, con la testa, ci è andato col corpo. Herr fa cose semplicissime e incredibili, come raccontarci, finalmente, una volta e per tutte, di che cosa sa questo benedetto napalm. Ci racconta per filo e per segno cosa si prova quando si sentono i proiettili colpire la fiancata dell’elicottero su cui si sta volando: &lt;i&gt;«Riflesso al fuoco da terra: stringi le chiappe e sollevati di qualche centimetro dal sedile. Strizza bestiale, bastardo; usavi dei muscoli che non sapevi neanche di avere»&lt;/i&gt;, ci racconta il colore della notte durante la guerra, ma soprattutto ci racconta dei volti e delle facce dei ragazzi impegnati nel conflitto più inutile e frustrante della nostra storia, ci parla della stanchezza, della pazzia, dei fantasmi. Ci svela com’è camminare fisicamente di fianco alla morte, continuamente, tutti i giorni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Aveva una di quelle facce, ho visto quella faccia almeno mille volte in un centinaio di basi e di campi, tutta la gioventù succhiata via dagli occhi, il colore prosciugato dalla pelle, le labbra bianche e fredde, sapevi che non avrebbe aspettato che nessuna di quelle cose ritornasse [...] Queste erano le facce di giovani contro i quali parevano essersi rivoltate le loro intere vite, erano lontani neanche un metro ma ti guardavano da una distanza che sapevi non avresti mai cancellato veramente.&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;C’è un momento bellissimo, nel libro: Herr riesce a tornare per qualche giorno a Saigon (lui è un corrispondente: può andare e venire come gli pare), è uno dei suoi primi “ritorni” dal fronte e in una sola immagine che lo scrittore ci elargisce c’è tutto il cambiamento che la guerra è riuscita ad inoculargli. Semplicemente davanti a degli scarafaggi orribili che gli camminano a un passo dal cuscino e nel piatto della doccia, lui non fa una piega. Quello che fino a pochi mesi prima lo avrebbe terrorizzato, adesso non gli fa più né caldo né freddo. È un’immagine semplicissima, banale, anti-poetica, eppure fulminante: &lt;i&gt;«Cosa potevano farmi?»&lt;/i&gt;, riflette l'autore, nella sua camera finalmente lontano dagli spari e da tutto quel sangue.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è un altro passaggio memorabile del libro. Herr sta raccontando di quanto la guerra riesca ad annullare tutto il resto, a tirare via qualsiasi pensiero alternativo: ci sta descrivendo una serie di zombie, più che di soldati, ormai dediti al conflitto in tutto e per tutto, completamente nolenti, ma senza altra possibilità che andare avanti. La disperazione di tutto ciò, Herr la rivela spiegando che gli addetti al registro sepolture, spesso e volentieri, trovavano negli zaini dei marine morti lettere provenienti da casa che erano state consegnate giorni e giorni prima e che&lt;i&gt; nemmeno erano state aperte. &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è qualcosa di “sublime”, non so se lo percepite anche voi. Io non ho mai attraversato territori simili, leggendo. Ci sono altre due cose che fa Herr, e poi non dirò più niente, perché altro non serve: riferisce della &lt;i&gt;stupidità&lt;/i&gt; e del &lt;i&gt;fascino&lt;/i&gt; della guerra. Riesce a fare queste due cose tanto diverse nello stesso momento e con la stessa efficacia, risultando due volte credibile. Usa tutta una schiera di personaggi meravigliosi e tragici, che mi sono rimasti a tal punto dentro, che terminata la lettura ho dovuto perdere un’ora su Internet per cercarne i volti, adoperando Google e Youtube: mi è sembrato di impazzire quando mi sono reso conto di avere avuto a che fare, per tutta la durata di quelle 290 pagine, con persone reali, che sono esistite veramente, la maggior parte delle quali è ancora viva, soprattutto reporter, fotografi, ma anche soldati semplici, berretti verdi e generali. Qualcuno degli scatti fotografici di cui parla Herr nel libro li ho ritrovati su Internet e, non lo so, non riesco bene a spiegarlo, ma è stato come fermarsi in macchina, in prossimità delle strisce pedonali, e vedere attraversare il capitano Achab. Come stendere l’asciugamano in spiaggia e vedere a riva Santiago col suo gigantesco marlin tenuto ancor all'amo sulla spalla. Dici no, non può essere vero: non può essere successo tutto sul serio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La stupidità della guerra.&lt;br /&gt;È un tema carissimo a “Dispacci”. C’è un passaggio che fa addirittura sorridere (ce ne sono molti che fanno proprio ridere) in cui Herr racconta di questo colonnello «&lt;i&gt;il quale era convinto che ogni uomo sotto il suo comando avesse bisogno di fare l’esperienza del combattimento, così ordinò a tutti i cuochi e i furieri e i soldati della sussistenza di prendere gli M-16 e uscire in perlustrazione notturna, e una volta tutti i suoi cuochi furono sterminati in un’imboscata»&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;Sembra un anticlimax di Woody Allen e invece è successo veramente mentre i nostri genitori si mettevano i pantaloni a zampa d’elefante per andare all’Università.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il fascino della guerra.&lt;br /&gt;Sentite come ne parla Herr, che racconta l’esperienza di uno dei suoi amici più cari, laggiù in Vietnam, Tim Page, anche lui reporter di guerra, il quale un bel giorno, ormai tutti ritornati alle loro vite borghesi, riceve la proposta da un editore inglese di scrivere un libro intitolato “Basta con la guerra”, il cui scopo sarebbe stato di “togliere fascino alle guerra:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;Page non riusciva a mandarla giù. «Togliere fascino alla guerra! Ti rendi conto, porca miseria, e come diavolo si fa, eh? Va' un po’ a togliere fascino a uno Huey, va’ a togliere fascino a uno Sheridan... Tu sei capace di togliere fascino a un Cobra? A un buono spinello a China Beach? È come togliere fascino a un M-79, togliere fascino a Flynn». Indicò una foto fatta da lui, Flynn che rideva con un’espressione da pazzo, di trionfo («Stiamo vincendo», diceva). «Non c’è niente che non va in quel ragazzo, non è vero? Permetteresti a tua figlia di sposare quell’uomo? Ooooh, la guerra ti fa bene, a questo non puoi togliere fascino. È come cercare di togliere fascino ai Rolling Stones». Non riusciva veramente a trovare le parole e agitava le mani in su e in giù per sottolineare l’assoluta follia della cosa.&lt;br /&gt;«Cioè, tu lo sai, non si può fare proprio!». Entrambi ci stringemmo nelle spalle e scoppiammo a ridere, poi per un istante Page apparve molto pensoso. «Solo l’idea è delirante», disse. «Ooooh, che ridere! Togliere il maledetto fascino alla maledetta guerra.»&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;Leggete “Dispacci” di Michael Herr.&lt;br /&gt;Vi appassionerete non alla guerra, ma al suo esatto opposto, qualunque esso sia.&lt;br /&gt;Forse perché, per dirla con le sue stesse parole, &lt;i&gt;«dopo tutto le storie di guerra non sono altro che storie di persone».&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-3a1x_L6PRr0/TnyzsrrqhoI/AAAAAAAAAFA/BJMbGpoB-wY/s1600/304667_2130878787907_1124103611_32265952_2725368_n.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="267" src="http://3.bp.blogspot.com/-3a1x_L6PRr0/TnyzsrrqhoI/AAAAAAAAAFA/BJMbGpoB-wY/s400/304667_2130878787907_1124103611_32265952_2725368_n.jpg" width="400" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-2953324793105738060?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/2953324793105738060/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=2953324793105738060&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/2953324793105738060'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/2953324793105738060'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/09/mi-piacerebbe-parlare-di-un-libro-edito.html' title='Il Vietnam al posto di un&apos;infanzia felice.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-3a1x_L6PRr0/TnyzsrrqhoI/AAAAAAAAAFA/BJMbGpoB-wY/s72-c/304667_2130878787907_1124103611_32265952_2725368_n.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-2393324924933388789</id><published>2011-09-23T17:21:00.001+01:00</published><updated>2011-09-23T17:37:55.758+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amicizia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='quotidiano'/><title type='text'>Il contrario della normalità.</title><content type='html'>Parlare dell’amicizia è portarsi dietro un carico di retorica inevitabile. Parlare dell’amicizia è uno di quegli esercizi sempre identici che si facevano a scuola, durante l’ora di educazione fisica: bene che andava si giocava a una specie di pallavolo che dopo venticinque minuti diventava una specie di calcetto, tra gli strepiti di protesta delle ragazze, sennò si ripassava la materia dell’ora successiva. Nessuno di noi è mai riuscito a farla più complicata di così. Un tizio, un filosofo americano, una volta ha scritto che l’amicizia è il tacito accordo tra due nemici di voler collaborare per un bottino comune. In tal senso, è stata un’estate che non è rimasta a guardare, questa, il che, al di là del potere suadente delle allitterazioni, le quali ancora hanno il potere di farmi sorridere come il ricordo di una serata riuscita, è un gigantesco guadagno rispetto agli ultimi tre anni trascorsi. Udite, udite: ‘sta volta sono stato bene.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se non mi sbaglio (ero vagamente ubriaco di vino prodotto in casa, un vino rosso poderoso), davanti a me si stagliavano, eterni, incorruttibili, fermi come il Colosseo, i miei due amici più Antichi. Che c’è di nuovo in questo? Niente. Gli amici non fanno altro che stare insieme e stare bene, ciascuno a modo proprio, e io sono malato di moltissime cose ma non di solipsismo, e dunque so che quello che sembra unico e incredibile &lt;i&gt;a me&lt;/i&gt;, è unico ed incredibile, all'incirca, per il 99% di tutte quante le altre persone. Va bene, ecco cosa stava succedendo, né più né meno: i miei due amici più Antichi stavano di fronte a me, a cena, nell’ambito di una vacanza che non ci riuscivamo a concedere, &lt;i&gt;insieme&lt;/i&gt;, da sette anni, e mentre li guardavo parlare mi sono messo a pensare proprio a questo, cioè che quella cosa lì era di una scontatezza sconcertante e, dunque, confortevolissima. Mi sono seduto su un divano, che era rosso, e li ho guardati per un momento, prima di volgere gli occhi altrove, dicendo a me stesso che anche &lt;i&gt;noi&lt;/i&gt;, in quanto esseri viventi, stavamo contribuendo a quel miracolo quotidiano che è la &lt;i&gt;normalità&lt;/i&gt;. Ecco qua i due miei amici più Antichi che parlano tra di loro, senza nemmeno una sovrastruttura che li modifichi da quello che sono veramente. Non ho la pretesa di pensare che i miei amici, sebbene i più Antichi, siano davanti ai miei occhi quello che sono quando si ritrovano nel letto da soli, nel cuore della notte, un istante prima di addormentarsi: certi gradi di sincerità non sono fatti per essere condivisi e chi lo fa è un cretino o un falsario. Eppure, secondo me, nel caso di cui sto rendendo conto, ci sono andati vicini. Parlavano, tutto qui, e a me, da lontano - “lontano” si fa per dire, visto che stavo su un divano a due metri di distanza, epppure lontanissimo lo stesso, perché momentaneamente ero uscito dalla conversazione (ogni tanto mi piace farlo) - a me, da quella posizione, quasi quasi è scappato un colpo di tosse, cazzarola, uno di quelli che usi per coprire il rumore della deglutizione, al cinema, quando non vuoi dare a vedere al vicino di posto che quella scena commovente ha colpito anche te: la &lt;i&gt;banalità&lt;/i&gt; del tutto accresceva il senso di meraviglia, anziché sotterrarla. L’amicizia, il potere dell’amicizia, sebbene retorico, è un’attività opposta all’archeologia. Non servono grandi scheletri millenari per gridare al miracolo, questo voglio dire: serve tutto &lt;i&gt;il contrario&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parlavano, non ricordo di cosa, ma parlavano, e a me questo, espressamente &lt;i&gt;questo&lt;/i&gt;, è parso un miracolo, dopo il grembiule azzurro delle elementari e Dante e Paolo e Francesca e il sussidiario e le prime ricreazioni e tutto quel conoscersi tra i banchi e lavagne e gessi e guerre di cancellini e dispetti e litigi e penne Staedler e i compiti in classe e il greco e il latino e Camillo Benso Conte di Cavour e loro due che andavano benissimo e io una merda e le ragazze e la pubertà e la patente e il primo Long Island e la maturità e la seconda guerra mondiale e la rivoluzione francese e le lambda e il pi greco e le lauree e l’America e i distacchi e gli aerei che sono partiti e le macchine che se ne sono andate e i ritorni e i disastri e le morti e gli abbandoni e le lacrime e i perché e gli addii e i fallimenti e le strade sbagliate e gli errori e le incomprensioni e i concerti e gli scudetti e le coppe dei campioni e i pompini e le tette di quella e gli stipendi e i giri offerti e i finestrini e le arie condizionate e i giornali e le crisi economiche e gli Ibrahimovic e i Mondiali e le droghe e quelli che non ce l’hanno fatta, compreso Roberto Baggio, e dopo tutte queste cose, che la metà poteva anche bastare a fare di noi degli &lt;i&gt;sconosciuti&lt;/i&gt;, dopo tutte queste cose come puoi adoperare un termine diverso da “miracolo”?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non fa niente se altri dieci milioni l’hanno compiuto uguale: in quel preciso Momento sei unico, stai moltiplicando i pani e i pesci, anzi meglio, e i tuoi due amici più Antichi ce li hai solo tu e quella è una scacchiera, davvero dico, quell’istante è il movimento pensatissimo sopra una scacchiera, frutto e conseguenza di tutti gli altri movimenti fatti fino a lì. Tutte le parole dette, quelle non dette, ogni cosa ha contribuito a produrre quel Momento Perfetto, cioè i miei amici più Antichi in vacanza con me a parlare fra di loro: Dante è morto, Leopardi è morto, e noi no. È vero, lo facciamo tutti, ogni giorno, nessuno è speciale, ma allora perché non ne parliamo? Gesù, si passa il tempo a discutere della piaga dell’abbandono di questi cazzo di inutili cani di merda e mai nessuno che abbia la voglia o il tempo di raccontare perché e per come la coincidenza di due amici Antichi che parlano tra di loro sia &lt;i&gt;bellissima&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abbiate il coraggio di esaltare la meraviglia della normalità.&lt;br /&gt;A fare il contrario sono tutti bravi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-2393324924933388789?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/2393324924933388789/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=2393324924933388789&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/2393324924933388789'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/2393324924933388789'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/09/parlare-dellamicizia-e-portarsi-dietro.html' title='Il contrario della normalità.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-3370319704323732912</id><published>2011-09-23T17:17:00.000+01:00</published><updated>2011-09-23T17:17:32.730+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='quotidiano'/><title type='text'>Infedelmente vostro.</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-72Etf730_uU/Tnywxd_PmLI/AAAAAAAAAE8/UP9IYLfGJ7s/s1600/249209_2061534574345_1124103611_32176713_1123704_a.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/-72Etf730_uU/Tnywxd_PmLI/AAAAAAAAAE8/UP9IYLfGJ7s/s1600/249209_2061534574345_1124103611_32176713_1123704_a.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;Io adesso parto. E penso, prima che tutto succeda, alle belle cose a cui andrò incontro, perché prima che succedano - non me lo invento certo io - le cose sono piene di lucine intermittenti che poi si spengono, necessariamente, se non altro perché a un certo punto, be' &lt;i&gt;succedono&lt;/i&gt;. È solo una piccola vacanza, ma mi mancherà la mia poltrona Ikea, il mio Mac portatile sporco di cioccolato, il Cappuccino disgustoso in polvere che mi bevo con soddisfazione la mattina davanti al balcone della cucina, mi mancherà il litorale laziale, pure se sto per andare in uno molto più bello, mi mancheranno le stronzate con gli amici, e non fa niente che dove sto andando ne incontrerò di meravigliosi altri: le stronzate che con gli amici uno fa nella propria città hanno una luminosità diversa, sono "sovraesposte", come quei piattini di tramezzini che ti mettono davanti al bar, improvvisamente, proprio un attimo dopo che ti sei accorto di aver fame: sono solo tramezzini stantii ma, oddio, quanto sanno di buono, soprattutto alle sette di sera. Può succedere: sono gradi diversi di una stessa bellezza. "Nothingman" dei Pearl Jam io non me la riesco più ad ascoltare senza la voce di Hank Moody sotto che recita la lettera a Karen: è la stessa identica canzone, certo, ma in quella puntata di "Californication", non lo so, mi sembra tutta un'altra cosa. Una vacanza è sempre una vacanza, come una pipa è una pipa: ci saranno sorrisi e persone incredibili che io non ho fatto nulla per meritarmi, a parte aver tagliato per primo il traguardo in quella corsa lì, quella che tutti facciamo all'inizio di ogni cosa, nell'utero materno, ed essermi così ritrovato &lt;i&gt;vivo&lt;/i&gt;. Prima di una partenza - è il modo in cui sono fatto - io penso sempre &lt;i&gt;al ritorno&lt;/i&gt;, perché tornare è tutto: se io non intravedo la fine, non mi godo il viaggio. Forse è l'insicurezza dell'esistere, non lo so. Vado, per davvero, non mi capitava da tre estati di farmi una vacanza e pure questa è una specie di pagina che si fa voltare: mi mancherà perfino il traffico di Corso Francia, i lavori perpetui di Via Pinciana, mi mancherà infilarmi senza preavviso nella libreria Pallotta, a Ponte Milvio, e trovarci dentro Carmelo che mi offre una birra, mi mancherà la luce arancione, che c'è solo a Roma, solo a Roma c'è di un arancione così, che filtra tra i rami di Villa Borghese. C'è una Panchina Perfetta, a Villa Borghese, non so se lo sapete, in cui ci si può sedere con la Persona Perfetta per ritagliarsi un rettangolo di esistenza della grandezza di un centrotavola: c'è una Panchina Perfetta, illuminata da questo sole grandioso, che si può trovare soltanto in un modo: indicandola col dito e poi andandoci. Preferendola ad altre. Come quasi tutte le cose di questa vita. Non è mai più complicato di così.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infedelmente vostro,&lt;br /&gt;Stefano Sgambati&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-small;"&gt;[pubblicato il 3 agosto 2011]&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-3370319704323732912?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/3370319704323732912/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=3370319704323732912&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/3370319704323732912'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/3370319704323732912'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/09/infedelmente-vostro.html' title='Infedelmente vostro.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-72Etf730_uU/Tnywxd_PmLI/AAAAAAAAAE8/UP9IYLfGJ7s/s72-c/249209_2061534574345_1124103611_32176713_1123704_a.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-1688687035030308238</id><published>2011-09-23T17:15:00.000+01:00</published><updated>2011-09-23T17:15:24.555+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='quotidiano'/><title type='text'>Fare parte.</title><content type='html'>Siccome è estate, allora tutti dicono che piove. Perché quando piove di inverno, nessuno lo dice. La pioggia estiva ti sorprende, non c'è niente da fare: è una puttana consumata che chiude le gambe. Siccome è estate e piove, allora tutti lo dicono. Altrimenti nessuno lo racconterebbe. Va bene così, secondo me: questo fatto che siamo tutti esseri umani, a me mi piace. Mi fa sentire bene, al sicuro, al caldo. Non è mica roba da niente in questo mondo qui, sentirsi al sicuro. Non ho niente contro gli altri esseri umani: avverto intorno a me questa grandiosa moda di sparare a zero su tutti, perché nessuno è come noi, nessuno è alla nostra altezza, secondo il nostro medesimo parere, e perciò bum, bam, vaffanculo, morite tutti. Ma che ci stiamo a fare, allora, qua sopra? Su questo sasso che è il mondo? Se continuamente ci sembra di essere gli unici umani viventi possibili, allora che ci stiamo a fare? Ecco quello che sto facendo, mentre la pioggia cade: scrivo, ascolto l'ultimo album di Pat Metheny e bevo un Gewurztraminer di un'ottima cantina. Tutta roba umana, non so se mi spiego. Va bene, di sicuro su Plutone hanno costruito astronavi che se dici un comando preciso al computer di bordo ti ritrovi proiettato improvvisamente a Las Vegas e sei James Dean. Non ho dubbi: su Venere c'è un pulsante rosso, gigantesco, dieci metri per tre, che servono trenta venusiani per premerlo, capace di farti percorrere centomila chilometri in un secondo, se solo lo sfiori. Non ci credete? Andateci. A proposito di Marte: pare che laggiù abbiano inventato dei pigiami che basta indossarli per cadere addormentati all'istante. Santo cielo, pagherei oro per possederne uno! Mercurio: vendono penne incredibili che tu le impugni e cominci a scrivere quello che devi scrivere partendo dalla fine. Giuro, sono utili. Gira voce che su Giove vi siano donne incomprabili che sanno praticare un sesso incredibile, assurdo, talmente perfetto che al posto dell'orgasmo estinguono mutui. Per non parlare di Urano: laggiù esiste un santone ricercatissimo perché con la sola imposizione delle mani è capace di trasformare le allergie in contratti a tempo indeterminato. C'è uno spazio immenso, un altrove e un quando impossibili da definire per quanto sono vasti, solo che io adesso sono qui, e anche voi, e quello che abbiamo è questo, non c'è altro, almeno per il momento: c'è un grande acquazzone, proprio adesso, e Pat Metheny si è trasformato in Ben Harper e il Gewurztraminer si è abbassato di cinque dita e voialtri, sui vostri social network, avete ancora una volta parlato della pioggia e del freddo che non dovrebbe fare, perché è estate, e vi state lamentando perché stasera non siete potuti andare in discoteca e perché oggi pomeriggio avete dovuto rinunciare al mare. Dopo tutto è quasi agosto. Forse potreste annoiarmi, soprattutto se penso che su Nettuno hanno costruito un marchingegno pazzesco che se clicchi su "on" ti svuota la testa di cattivi pensieri come si fa con la cache di Internet, ma invece non mi annoiate manco per niente. Trovo, anzi, incredibile, rivoluzionario, nuovo, rendermi conto che faccio parte di un agglomerato di individui capaci ancora, ogni tanto, di provare sentimenti banalissimi davanti a una pioggia fuori contesto. Che sarà mai? Siamo rimasti quasi tutti a casa, aspettando il sereno, ci siamo messi ad ascoltare le nostre canzoni preferite e a bere le bottiglie migliori. Ci siamo riuniti a cena a casa di amici e abbiamo cucinato prestando una cura maggiore rispetto alla settimana scorsa. Non abbiamo fatto altro, per una sera, che aspettare domani. Non sarà come azionare una leva e ritrovarsi capaci di trasformare le salite in discese, ma è quanto abbiamo. Mi piace, dopotutto, far parte di voi, questo volevo dire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-small;"&gt;[pubblicato il 28 luglio 2011]&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-1688687035030308238?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/1688687035030308238/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=1688687035030308238&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/1688687035030308238'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/1688687035030308238'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/09/fare-parte.html' title='Fare parte.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-800803467785684463</id><published>2011-07-27T12:16:00.002+01:00</published><updated>2011-07-27T12:26:54.526+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='roma'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='narrativa'/><title type='text'>2 novembre '75.</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-yVO86ykzCLM/Ti_zeCQlKaI/AAAAAAAAAEw/RxKeXRuDo5o/s1600/72726_1547714929175_1124103611_31477252_2465792_n.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="177" src="http://3.bp.blogspot.com/-yVO86ykzCLM/Ti_zeCQlKaI/AAAAAAAAAEw/RxKeXRuDo5o/s320/72726_1547714929175_1124103611_31477252_2465792_n.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Scusate l’italiano, ma adesso vi racconto come posso di quando che ho capito che Pino la Rana c’aveva più cazzo che cervello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se ne stava a fissare ‘sto Frocio con quei suoi occhi fuori dalle orbite: non era la prima volta che lo vedevamo da‘ste parti, il Frocio: era proprio frocio. Frocio come dovrebbe essere un frocio. Frocissimo, mentre usciva da quella macchina costosa e s’avvicinava a curiosare: c’aveva sul naso l’occhiali da sole pure se era passata mezzanotte. Noi ci stavamo affà una birra in attesa del prossimo che s’era svegliato co’ la fregola: Pino se li beccava tutti lui, chissà che ci trovavano, con quell’occhi a palla.&lt;br /&gt;“A Ranocchia!”, gli urlavamo spesso e volentieri: “A Ranocchia, ma che c’avrai in mezzo a quelle gambe!”, così gli dicevamo quando lo vedevamo mezzo fuori e mezzo dentro n’altra macchina che se lo voleva caricare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi eravamo quelli di Piazza de’ Cinquecento, anche se mamma non ce lo sapeva: le mamme nostre erano persone tristi che sbucciavano i fagiolini e facevano finta di non capirci niente della vita come andava. La mattina, quando che rientravo, la mia la trovavo sempre con la tazza del caffè che fumava per le mani. Le dicevo: “A ma’, ma che c’avrai da fa’ a st’ora der mattino?”. Mamma mia mi guardava come se quel caffè era troppo caldo o troppo freddo: “Che c’avrai tu da fa’ fino a quest’ora, figlio mio...”, così mi diceva mamma e io avrei voluto incrociare le mani su quella tovaglia disegnata con la frutta, le pere e le mele e le ciliegie, per dirle, a mamma mia, tutta la verità, le avrei voluto dire che Ranocchia c’aveva qualcosa in mezzo a quelle gambe che se ce l’avevo io, a quest’ora altro che i buffi con l’amministratore: ai Fori Imperiali stavamo ad abitare. Faceva un freddo quella notte. Quando che sentivo freddo, come niente, mi mettevo a pensare a mamma mia: giusto qualche giorno prima stavamo là allo stesso posto a sentire per la radio la notizia di un tizio americano che aveva scoperto una galassia nuova nuova. Io le cose non me le ricordavo mai ma Pino che era uno con la capoccia diceva che ‘sta galassia stava lontana 55mila anni luce.&lt;br /&gt;“A Ranocchia”, gli domandai a Pino quella volta: “Ma me dici noi co’ ‘na galassia lontana tutti ‘st’anni luce che ce dovemo fa’?”.&lt;br /&gt;Ranocchia mi guardò, con la birra in mano e quella cosa tra le gambe che magari ce l’avevo io, e mi rispose così, preciso: “Ce famo, ce famo...”. Certe volte a Ranocchia non lo capivo mica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Comunque, ritornando a noi, è arrivato ‘sto frocio, che era proprio frocio, e com’è come non è, s’è messo a chiacchierare con Pino. Si vedeva che a Ranocchia gli piaceva il fatto: tutto che girava intorno a quella macchina bella, a fare il gran protagonista. Noi ce ne stavamo là al freddo di novembre a passarci le birre da una mano all’altra per non farci congelare le dita. Ogni volta che una macchina arrivava e rallentava noi ci facevamo un poco poco avanti e ci mettevamo in posizione, per vedere se caso mai era qualcuno che c’aveva ancora qualche sfizio da levarsi.&lt;br /&gt;A un certo punto Pino è tornato da noi sul marciapiede: “A rigà”, c’ha detto, pareva un ragazzino, “A rigà, questo è uno famoso, venite a vedè!”. Allorché ci siamo avvicinati, coi nostri grugni del cazzo, coi menti un po’ sollevati verso l’alto, da spavaldi, i pacchi puntati come spade dei pirati pronti all’arrembaggio. Il Frocio s’è un po’ staccato dalla macchina, senza spegnere il motore, e c’ha guardato.&lt;br /&gt;“A ragà,questo è uno coi controcazzi, sentite come parla. Dice che scrive, dice fa il regista, ma che ne so, io non l’ho mai sentito, ma che voi lo conoscete?”.&lt;br /&gt;“A Rano’, se nun l’hai mai sentito te, figuramose noantri”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Frocio ci guardava: a me non è che mi faceva tutta st’impressione. Se ne stava là con quegli occhiali del cazzo come se era mezzogiorno, la camicia costosa e scarpe belle. Ecco uno che non si doveva vergognare di tornare a casa tanto tardi: la madre di uno così, quando uno così si ritirava, stai sicuro che s’era addormita, mica era sveglia con la tazza del caffè sulla tovaglia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“E di che quartiere siete voialtri?”, c’ha chiesto il Frocio a un certo punto con una voce strana e un accento che di sicuro non era romanesco. Nessuno gli ha risposto: oltre a quello di Pino era meglio se s’imparava a farsi pure i cazzi suoi. Mi stava montando una rabbia: una fame.&lt;br /&gt;“Dice che magari potemo tutti annà da lui, più tardi, ci caliamo un par de chili de pasta e ci sturiamo er vino”, ha fatto Ranocchia che improvvisamente la sapeva lunga.&lt;br /&gt;“Vabbè...”, gli ho fatto io, così, tanto per coprire il rumore del mio stomaco. Il Frocio s’è avviato in macchina a dare due sgasate.&lt;br /&gt;Pino m’ha preso sottobraccio e ha detto: “Daie che stasera torni da tu’ madre co’ la panza piena grazie a Ranocchia tuo”.&lt;br /&gt;Me lo sono guardato: “Vabbè...”, gli ho risposto un’altra volta, soffiandomi un po’ di fiato nelle mani chiuse a pugno.&lt;br /&gt;Il fatto è che ormai m’era presa a male: quel frocio brutto, secco secco, dentro la macchina dei sogni. Ma ‘ndo cazzo stava scritto che lui sì e noi no? Fa il regista. Scrive: ma di che? E perché, non ce lo posso essere pure io “uno famoso”, per portarci mamma al mare a Ostia col vento nei capelli, invece che vederla sempre a quel tavolo con le mele e le ciliegie?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho messo una mano sulla spalla de Ranocchia: “Senti, a Pino...”.&lt;br /&gt;“Eh?”, m’ha detto lui, mezzo scoglionato, con quel coso tra le gambe che magari ce l’avevo io.&lt;br /&gt;Gli volevo dire di non andarci, che non mi sembrava giusto. Invece gli ho fatto: “Ma perché sono sempre gli altri a scoprire le galassie lontanissime?”. Quello m’ha fissato, con un piede già dentro la macchina del suo amichetto nuovo, senza dire “a”. Poi ha alzato le spalle, s’è infilato dentro e ha chiuso la portiera.&lt;br /&gt;Ecco come m’è diventato chiaro che Ranocchia, in fondo in fondo, non era mica ‘sta gran cima.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-800803467785684463?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/800803467785684463/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=800803467785684463&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/800803467785684463'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/800803467785684463'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/07/2-novembre-75.html' title='2 novembre &apos;75.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-yVO86ykzCLM/Ti_zeCQlKaI/AAAAAAAAAEw/RxKeXRuDo5o/s72-c/72726_1547714929175_1124103611_31477252_2465792_n.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-3617276995523854453</id><published>2011-07-22T19:17:00.000+01:00</published><updated>2011-07-22T19:17:15.383+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='quotidiano'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='narrativa'/><title type='text'>Oggi.</title><content type='html'>Malinconiche slave appassionate di mercimonio del corpo ostentano i doni di Madre Natura nel solleone della Via Aurelia. Automobili guidate da cattolici praticanti rallentano nei loro paraggi per un insolito ribollire di Spirito Santo: qualcuno, più tardi, alla moglie dirà buona la cena, tutto bene al lavoro? Davanti al tg farà no con la testa, perché il politico all'opposizione è stato beccato con la stagista.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-3617276995523854453?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/3617276995523854453/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=3617276995523854453&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/3617276995523854453'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/3617276995523854453'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/07/oggi.html' title='Oggi.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-7793305504673884239</id><published>2011-07-19T19:06:00.003+01:00</published><updated>2011-07-19T21:05:07.252+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='quotidiano'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='narrativa'/><title type='text'>Asterisco.</title><content type='html'>Ti rivedrò in un altro futuro e un altro tempo, quando le macchine correranno a tre centimetri da terra e il traffico sarà una parola antica sulle labbra dei più vecchi: qui una volta era tutta lamiera, si diranno, e i più giovani stenteranno a credere, abituati come saranno a questi nuovi grandi spazi aperti. Sarai bionda ancora e ancora amerai ostentare quei sorrisi trattenuti, come dentifricio spremuto con fatica indicibile da un tubo piatto come ostia.&lt;br /&gt;Ti rivedrò al "solito posto" e commenteremo qualcosa a proposito dei vecchi tempi. Le mode degli altri ci faranno sparlare e ogni tanto diremo quelle cose tipiche che cominciano con "ti ricordi quando?". Un sacco di attori famosi oggi saranno morti in quel futuro.&lt;br /&gt;Avremo modo di camminare e io rallenterò il passo perché ti vorrò guardare da dietro: riscoprirò quella falcata decisa che mi aveva fatto innamorare e ti raggiungerò con due salti goffi per prenderti sottobraccio e dirti: "Ehi, non sei cambiata".&lt;br /&gt;Sarà a quel punto che ti fermerai con un'aria da rimprovero: "Non hai smesso mai di corteggiarmi...", dirai e io ti dirò di sì, ammetterò le mie colpe, perché finalmente ne avrò il coraggio, mi sentirò sereno, non avrò paura di ustionarmi o scorticarmi.&lt;br /&gt;"Sì", ti dirò, "Corteggiarti è la cosa che mi ha fatto più sentire bene quando un nonnulla mi faceva stare male".&lt;br /&gt;"Eccolo qua", dirai tu, perché, davvero, non sarai cambiata, "Eccolo qua che esce fuori lo scrittore...".&lt;br /&gt;Riprenderemo a camminare, sarà una serata di primavera e finalmente la temperatura rasenterà la perfezione: "Io non sono uno scrittore", ti risponderò e tu mi farai quella faccia lì e io mi ricorderò improvvisamente di quando bevemmo grappa nella tua macchina, passandoci la bottiglia.&lt;br /&gt;"Ma quando? Non è vero!", mi dirai, rincoglionita che non sarai altro, e allora dovrò insistere, tracciarti il ricordo nel cervello come uno di quei disegni che si fanno sulla sabbia con un ramo secco: ti sbatterai una mano sulla fronte quando saremo già seduti e ti ricorderai improvvisamente.&lt;br /&gt;I camerieri ci daranno del "lei" e questo sarà un altro argomento di conversazione.&lt;br /&gt;"Una volta qui bevemmo una bottiglia intera e poi tu avesti l'ardire di ordinare altre due grappe".&lt;br /&gt;Non negherai, ma guarderai il tavolo e dirai: "Abbassa la voce!". Sarà allora che ti riconoscerò definitivamente e abbasserò le difese, non la voce, ritrovandoti del tutto.&lt;br /&gt;"La solita alcolizzata...", ti farò, dandoti un colpetto sulla mano: a questo punto risucchierai tutta l'aria disponibile, per indignazione, e sbotterai in qualche altro dei tuoi modi canonici da bionda. Non riconosceremo i menu, perché il tempo è questo che fa alle cose: le trascina avanti fermandoci al chiodo. Rimanderemo indietro il cameriere un paio di volte, sotto i colpi della nostra indecisione, ma alla fine ci sarà un'ordinazione, in barba alla mia colite nervosa e alla tua cellulite (ebbene sì, colpirà anche te): un'altra bottiglia come si deve e buonanotte. Ci sarà un cestello con il ghiaccio al nostro tavolo, solo che le tecnologie saranno cambiate e il ghiaccio sarà artificiale e il freddo un'illusione. Le etichette sulle bottiglie saranno al neon e in giro, per quella piazza, sarà tutto in andirivieni artificiale tipo capodanno in riva al mare. Altre due cose che non avremo mai fatto in tempo a fare: capodanno e rive di mare. Troverò ancora modo di essere geloso, accarezzandomi il pizzetto bianco, e ti guarderò per quel secondo in più del necessario, ben sapendo che tutte quelle briciole che facevamo al tempo, adesso si sono già depositate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;"Hai figli?", mi domanderai, esattamente come allora mi chiedevi con chi andassi a letto e quanto spesso. Cercherò qualcosa nell'aria che possa suggerirmi la risposta adatta ma intorno troverò solo l'eco del tuo smalto: di certi vezzi non avrai perduto il meccanismo e io te lo farò notare.&lt;br /&gt;"Uno solo...", risponderò e allora tu farai scendere lo sguardo sul bicchiere e io, improvvisamente, avrò voglia di regredire di quella ventina d'anni e di ritrovarmi lì, in quello stesso posto, insieme a te, a rassicurarti e dirti che quella marea di problemi si sarebbe ritirata, che tutti i figli possibili li avremmo fatti insieme e tutte quelle altre cose che si dicono quando è passata mezzanotte.&lt;br /&gt;"Si chiama Lorenzo", ti rivelerò invece, assecondando il tuo silenzio, tra un sorso e l'altro. Tu mi guarderai imperterrita e i tuoi occhi azzurri saranno gli stessi di allora, solo pieni di un miliardo e centomila cose che non avrai vissuto insieme a me.&lt;br /&gt;"E' un bel nome, mi dirai", ma io sentirò un certo qual livore.&lt;br /&gt;"E tu?", ti domanderò, concependo in un sol momento che la vecchiaia conduce anche una buona dose di coraggio: transiterà quel secondo o due prima della tua risposta e io mi darò il tempo di pentirmi di aver proferito verbo.&lt;br /&gt;"Sì, una bimba".&lt;br /&gt;Una bimba, penserò col naso dentro al bicchiere, avendo al contempo la voglia di ridere e piangere e graffiarmi le guance e rovesciare la testa all'indietro e cominciare ad urlare.&lt;br /&gt;"Come l'avete chiamata?".&lt;br /&gt;"Sofia", risponderai tu, con un filo di voce, toccando il cellulare, un cellulare pazzesco, tutto viola, di nuova generazione, che oltre a telefonare, sarà in grado di mandare impulsi radar potentissimi capaci di far addormentare all'istante le persone e di redimere i malintenzionati. Sofia mi piace, penserò, invecchiando un altro po' da solo, senza che nessuno potrà accorgersene.&lt;br /&gt;"Almeno per i nomi non avremmo litigato...", ti suggerirò e allora alzeremo i bicchieri contemporaneamente e ci verrà spontaneo dire: "Brindiamo ai nostri figli", con la stessa voce e gli stessi sorrisi con cui, tanti anni addietro, avevamo brindato prima a noi, poi al futuro, infine al passato, non senza una certa dose di ironia.&lt;br /&gt;Scoprirò di non essere cambiato e ti domanderò: "L'hai fatta con lui?".&lt;br /&gt;Mi guarderai: "Lui chi?".&lt;br /&gt;"Dai, lo sai...", sussurrerò e, dopo una vita intera, tornerò a sentire le labbra secche della gelosia.&lt;br /&gt;"Che c'è?", mi chiederai, inclinando la testa di lato: le tue, di labbra, amore mio, non saranno cambiate di una virgola.&lt;br /&gt;"Niente", ti risponderò increspando la solita bugia. Aspetterò dei secondi necessari, poi ti incalzerò: "Allora? Dài, puoi dirmelo adesso!", così proferirò, infilandoci un punto esclamativo, alla fine della frase, tanto per farti sentire meglio. Farti sentire bene è sempre stato in cima ai miei pensieri: con altri vent'anni sulle spalle, avrò finalmente chiaro che tutto quel volerti fare stare bene aveva anche un altro nome, che è egoismo.&lt;br /&gt;"Non è lui...", mi rivelerai in definitiva e io non saprò come chiamare quella sensazione strana, se euforia, o delusione oppure incipiente infarto.&lt;br /&gt;"E lei chi è?", mi farai tu, seguendo il solito copione.&lt;br /&gt;"Non la conosci...", ti dirò, prendendo tempo, altro tempo, e quasi mi verrà l'ansia, il panico, perché già ne sarà passato troppo, di tempo, e allora ripenserò a quel film bellissimo con Gassman e Manfredi, due attori italiani dei tempi nostri, anzi di quelli ancora prima, e di cui nessuno più si ricorderà, il giorno in cui ti rivedrò. Mi tornerà in mente una delle scene più significative, in cui i due amici si ritrovano per caso dopo trent'anni e, prima di salutarsi di nuovo, si dànno appuntamento per rivedersi presto. Allora Gasmann dice sì sì, come no, cerchiamo di non perderci di vista un’altra volta, ma mentre l'altro amico, cioè Manfredi, si allontana, Gasmann lo guarda attentamente, con tanto d'occhi e dice sotto voce quello che pensa veramente: magari ci rivedremo tra altri trent'anni, il che significa che non ci rivedremo più.&lt;br /&gt;Così dice Gassman, realista, all'amico Manfredi, più sognatore, e così penserò io, mentre perderò altro tempo, invece di dirti le cose come stanno.&lt;br /&gt;Sarà una bellissima serata, in quel modo che abbiamo sempre avuto noi di rendere meravigliose certe serate impossibili. Mi verranno in mente tutti gli uomini con cui avrai fatto l'amore nel frattempo, penserò, una ad una, a tutte le persone che ti avranno fatta sorridere fino a quel momento, mi sentirò male riflettendo sui vestiti che non ti avrò visto addosso. Ti chiamerò per nome e prima di poter continuare la frase, mi dirai: "Hai sempre detto benissimo il mio nome..." e allora mi ricorderò del tuo odio per i diminutivi e per i vezzeggiativi e mi ricorderò anche della prima volta in assoluto in cui capii che sarebbe stata dura con te, quando in quel bar, in piedi, io provai a darti un bacio e tu ti ritirasti, dicendomi: "Non ho più sedici anni...". No, non ce li avevi allora e non ce li avrai nemmeno quando ti rivedrò in quel futuro. Eppure sarà diverso, non sapremo dire come e quando, ma ci verrà più spontaneo camminare mano nella mano.&lt;br /&gt;"E ora stai meglio?", ti domanderò e quella sarà la domanda delle domande e non lo so se ascolterò la tua risposta, perché a quel punto gireremo l'angolo e ci troveremo nella strada dove ci siamo sempre baciati, solo che stavolta ci sentiremo in imbarazzo perché non sarà più l'età e perché io saprò che a casa avrai un'altra piccola te che dorme senza conoscere ancora niente della vita.&lt;br /&gt;"Io no...", ti anticiperò e tu non capirai subito, nemmeno io capirò esattamente, perché sarà qualcosa di sottile che non saprò significare. Io non starò meglio perché, in un certo senso, gravemente peserà su di me la sensazione d'aver tradito quel trentenne che s'accapigliava e che t'amava e che usava tonnellate di parole per girare intorno a un argomento che invece era così semplice, così semplice.&lt;br /&gt;Ti guarderò mentre una macchina silenziosissima ci fluttuerà accanto sui suoi cuscinetti magnetici e dei giganteschi tentacoli usciranno, ammaestratissimi, dai tombini per ripulire le strade, ti guarderò, perché guardarti è stata la cosa che ho sempre più adorato fare e non troverò il coraggio di chiederti di legarti i capelli per farmi vedere se anche quel talento naturale è rimasto identico. La tua femminilità sarà ancora esattamente al suo posto e io mi maledirò per non essere stato all'altezza di tenermela accanto.&lt;br /&gt;Tornerò a casa, un'altra volta da solo, come sempre, e aprirò lentamente la porta, girando con accortezza estrema la chiave nella toppa, così come facevo tanti anni prima, quando non volevo svegliare i miei genitori. Girerò per casa vuota alla ricerca di qualcosa da bere, ma anche i mobili bar, scoprirò, non saranno più quelli di una volta.&lt;br /&gt;"Si chiama Lorenzo", ti dirò quel giorno, assecondando la tua sete di sapere e sperando, come sempre, di farti ingelosire, riuscendo solo nel consueto intento di inondarti e inondarci dell'ennesima bugia.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-7793305504673884239?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/7793305504673884239/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=7793305504673884239&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/7793305504673884239'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/7793305504673884239'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/07/asterisco.html' title='Asterisco.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-6013616219349913149</id><published>2011-07-16T12:53:00.001+01:00</published><updated>2011-07-16T12:53:42.999+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='sport'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='quotidiano'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='narrativa'/><title type='text'>Quando eravamo Re.</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-LMd3TGKJpm0/TiF7kS89YUI/AAAAAAAAADk/hZgx0RFRT6U/s1600/246735_1899551524870_1124103611_32002851_7317898_a.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://2.bp.blogspot.com/-LMd3TGKJpm0/TiF7kS89YUI/AAAAAAAAADk/hZgx0RFRT6U/s1600/246735_1899551524870_1124103611_32002851_7317898_a.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;Ai primissimi posti, tra le fatiche più estenuanti per l’essere umano, insieme al trasloco e al divorzio, c’è sicuramente lo sforzo che si deve fare per mettere via una delusione. Le delusioni sono caramelle gommose che si trasformano argutamente in aghi subito prima di scendere per la gola: non l’avresti mai detto, guardandole, oppure assaporandole nei primissimi momenti, che sarebbero state capaci di tanto dolore, fastidio. Le delusioni sono stanze che si arredano da sole e i mobili non c’è verso di sistemarli in un altro modo: l’unica cosa da fare è abituarsi alla disposizione. Farsela andare bene.&lt;br /&gt;Uno prima o poi, col tempo, ci riesce. Nessuno è mai morto per una stanza arredata male, va bene, si resta vivi, e questa è una buona morale, confortante, però, oddio, certe volte non è facile lo stesso. Soprattutto quando devi spiegare a qualcuno che del calcio non gliene frega niente che le tue gioie più forti e i ricordi più vividi e belli sono legati proprio al pallone. Càpita che ti guardino come si guardano i matti. Per questo, quando ho letto che il mio Giocatore Preferito s’era macchiato di un Peccato Osceno, ho subito capito che cercare di spiegare agli altri il senso profondo di questo dolore sarebbe stato impossibile. Il fatto è che amare il calcio è come essere vegetariani o astemi: la gente ti guarda e non capisce perché lo fai. Prova a demolirti riducendo tutto a se stessa: come puoi non mangiare la pancetta? Come puoi non amare il vino? Perché stravedere per 11 uomini in mutande?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Accettare l’ipotesi che il proprio Giocatore Preferito possa essere fallibile non dovrebbe rientrare nelle capacità di un uomo. Così come non è possibile ingoiare un pugno di aghi, a meno di essere un fachiro. Davvero, prendere una delusione e farne mollica di pane è un esercizio estenuante, peggio di un divorzio o un trasloco. I viventi non lo sanno fare, bisogna accettarlo e andare avanti fino alla prossima brutta notizia. &lt;br /&gt;Il mio Giocatore Preferito arrestato è una cosa inconcepibile, inaccettabile: sinceramente, molto meglio sarebbe stato se fosse morto. È orribile, sul serio, ingiusto, che tutti i piccoli scompartimenti stagni di bellezza che uno si crea siano destinati, pure loro, ad essere inondati da quello che c’è fuori. Mi fa schifo questo meccanismo dell’esistenza: non si salva niente. Mai. Finiamo sempre col ritrovarci per le mani qualcosa che s’è amato tantissimo improvvisamente distrutto, piegato. Non esiste un composto capace di sconfiggere la ruggine della realtà: uno già deve vedersela con la propria morte per tutta la vita, almeno dalle delusioni ci potevano esentare, dico io. Perché le delusioni non si mettono via: ce le dobbiamo tenere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vorrei dirgli, al mio Giocatore Preferito, che non me lo doveva fare, che se ti abbracci con Roberto Baggio per terra, sotto 50 gradi di sole, dopo che l’hai mandato in gol contro la Spagna nei Mondiali del ’94, poi ti devi comportare &lt;i&gt;bene&lt;/i&gt;. Perché una cosa del genere esige una grande responsabilità. Perché noi eravamo &lt;i&gt;ragazzini&lt;/i&gt; e stavamo tutti quanti piegati per terra sulle ginocchia, con le palle secche per la strizza, e le femmine non ci filavano manco di striscio, e l’estate era allo zenit, e c’avevamo da fare ancora tutti i compiti per le vacanze, e la notte filavamo sui motorini senza casco per tornare a casa, e non lo so ma il vento era diverso, e Lionel Messi c’aveva &lt;i&gt;sette anni&lt;/i&gt;, ed eravamo in semifinale, porca puttana, e tutto questo adesso chi cazzo ce lo ridà?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci dovrebbe essere un numero limite di delusioni possibili in questa vita, ecco tutto: oltre, non si dovrebbe poter andare. Sennò è facile. Sennò vale tutto. Sennò io, da domani, ho tre cazzi e buonanotte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il mio &lt;i&gt;Giocatore Preferito&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;Se ci penso mi metto a piangere.&lt;br /&gt;Ma da quel 1994 è mai più andato per il verso giusto qualcosa?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-6013616219349913149?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/6013616219349913149/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=6013616219349913149&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/6013616219349913149'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/6013616219349913149'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/07/quando-eravamo-re.html' title='Quando eravamo Re.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-LMd3TGKJpm0/TiF7kS89YUI/AAAAAAAAADk/hZgx0RFRT6U/s72-c/246735_1899551524870_1124103611_32002851_7317898_a.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-1059442688024985832</id><published>2011-07-16T12:50:00.000+01:00</published><updated>2011-07-16T12:50:35.483+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='roma'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='quotidiano'/><title type='text'>Mi raccomando, giugno.</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-QlmtABL2AkQ/TiF62It-WpI/AAAAAAAAADg/isW0riKqRrc/s1600/253463_1922318134021_1124103611_32038849_7790195_n.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://2.bp.blogspot.com/-QlmtABL2AkQ/TiF62It-WpI/AAAAAAAAADg/isW0riKqRrc/s320/253463_1922318134021_1124103611_32038849_7790195_n.jpg" width="240" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Percorrete Via delle Quattro Fontane, in salita, provenendo da Piazza Barberini, e poi, proprio quando arrivate all'incrocio con Via XX Settembre, ecco, voltatevi! Deve essere una giornata serena, deve essere giugno, devono essere le sette di sera: giratevi e fate il percorso alla rovescia, in discesa dunque. Guardate avanti, che spettacolo: questa è Roma. Sì, è vero, nel frattempo, alla vostra sinistra, ci sarà una lunga fila di macchine incolonnate e la gente dai finestrini farà penzolare le sigarette: ma voi guardate avanti, camminate, non badateci. Vedrete tutta Via delle Quattro Fontane, in un'unica botta prospettica, luuuunga, dritta, meravigliosa, congiungersi senza soluzione di continuità con Via Sistina, e, in fondo a tutto, che vi sembrerà vicinissimo, e invece sono quasi due chilometri, l'Obelisco Sallustiano di Piazza Trinità dei Monti su cui batte ancora forte il sole del tramonto. Fatelo. Andateci. Via delle Quattro Fontane, Via XX Settembre e poi, puf, voltatevi! Se siete niente di più originale di un essere umano, se siete proprio come me, dunque, allora non importerà quanti e quali saranno i pensieri che avrete nella testa, i problemi, le delusioni, i tormenti. Davvero, non importerà: comincerete a camminare, con gli occhi ricolmi di quell'Obelisco indorato di ultimo sole (mi raccomando: giugno, sette di sera) e, niente, semplicemente vi direte che va bene così.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-1059442688024985832?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/1059442688024985832/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=1059442688024985832&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/1059442688024985832'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/1059442688024985832'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/07/mi-raccomando-giugno.html' title='Mi raccomando, giugno.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-QlmtABL2AkQ/TiF62It-WpI/AAAAAAAAADg/isW0riKqRrc/s72-c/253463_1922318134021_1124103611_32038849_7790195_n.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-8285219794539202318</id><published>2011-07-16T12:48:00.000+01:00</published><updated>2011-07-16T12:48:28.106+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='narrativa'/><title type='text'>Anno 2020</title><content type='html'>Introdotta sul mercato la Pillola dell'anno prima: assumerla riporta tutte le cose com'erano 12 mesi fa. Il Talento viene dichiarato illegale. Possederne fino a una certa soglia è proibito: appositi funzionari statali procedono porta a porta con un rilevatore. Chi risulta sopra la soglia del 63% viene detalentizzato e assunto all'anagrafe a tempo indeterminato. Abolito il giovedì. Un sondaggio rileva che il 73% delle donne preferisce praticare sesso a pagamento (cioè venendo pagata). I tulipani sono il fiore più regalato. Viene proibito dare da mangiare agli assassini: tuttavia rimane possibile accarezzarli, ma solo se il guardiano dello zoo è già passato con l'anestetico. Cinque terrestri su sette posseggono un account su Facebook: sette su sette posseggono un Suv. Ritorna in auge la mezza stagione, ma le ferie non sono più pagate. Abolizione della legge di gravità: si può volteggiare liberamente, a patto di rispettare la distanza di sicurezza. Il 63% dei giovani dichiara di aver perso la verginità prima dei sei anni. Introdotto il concetto di "contentazione": chi non dispone di mezzi sufficienti per vivere dignitosamente dovrà seguire obbligatoriamente dei corsi che gli insegnino ad accontentarsi di ciò che possiede. Superato il concetto delle 24 ore: introdotti sul mercato i primi orologi incapaci di segnare l'ora giusta. Nel calcio viene abolito il "fallo da rigore" per un principio nuovo di democrazia. Il Papa nega l'esistenza della carta di credito. Introdotta nella scuola superiore la frequentazione obbligatoria di Corsi di Intelligenza (almeno tre ore settimanali). L'Organizzazione Mondiale della Sanità approva le trasfusioni di anima per i poveri di spirito. Introdotti i primi clacson ad ultrasuoni: i più costosi possono fare esplodere il cervello di chi non parte immediatamente al verde. Nichi Vendola propone di abolire le parole "mammuth", "cordless" e "parterre". Teorizzata l'esistenza di un sesto senso umano: l'ignoranza. In Giappone vengono testate le prime pillole a lento rilascio di ironia. Google vara la sua nuova applicazione per Smartphone capace di ridurre i sensi di colpa. Il primo navigatore satellitare "Maometto" riscuote un grande successo di vendite: non porta te alla destinazione, ma la destinazione da te. I tramezzini non vengono più privati dei bordi, ma i bordi vengono privati dei tramezzini per un nuovo e sano regime dietetico nazionale. Proibito rivangare il passato. Consentito prevedere il futuro. Panico mondiale per la diffusione di una malattia contagiosa che impedisce alle persone di essere maleducate. Una ricerca scientifica americana indispone il governo ma non si capisce perché. La Calabria e la Sicilia vengono finalmente unite da un filo logico. Grossi cambiamenti per il Natale: verrà celebrato ogni quattro anni e ogni volta in una città diversa. Il 12 giugno, in una clamorosa conferenza stampa internazionale, un uomo sull'ottantina dichiara di essere Jim Morrison. Alla falsa notizia viene dato talmente tanto credito da fare uscire allo scoperto il vero Jim Morrison, un uomo sull'ottantina noto per il suo orgoglio. Pubblicato il nuovo singolo dei Doors, una cover di "Strange Days". Il Premio Strega viene assegnato per la prima volta con il televoto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;[continua?]&lt;/i&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-8285219794539202318?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/8285219794539202318/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=8285219794539202318&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/8285219794539202318'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/8285219794539202318'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/07/anno-2020.html' title='Anno 2020'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-4672841109015513939</id><published>2011-06-02T10:39:00.002+01:00</published><updated>2011-06-02T10:39:20.584+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='roma'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='quotidiano'/><title type='text'>Siamo solo persone.</title><content type='html'>I fuochi d'artificio non mi piacciono e sono tristi da guardare ma fanno succedere una cosa: riportano gli umani alla condizione di viventi. Ieri sera, guidando, sono incappato nel solito show pirotecnico che una nota scuola privata di zona organizza ogni 1 giugno: ho visto persone alle finestre, appollaiate come per gli ultimi saluti dalla poppa di una nave, e alla fermata del 446 due signore filippine fotografavano coi cellulari senza interrompere la conversazione. Le macchine andavano pianissimo e qualcuna stava ferma con le quattro frecce: certi avevano lasciato il motore acceso e guardavano in alto appoggiati al cofano col culo. Al ristorante "I Cocomerini" gli uomini e le donne finivano di masticare in piedi, oppure bevevano con gli occhi fuori dal bicchiere. Improvvisamente tutti quanti erano solo persone. Solo persone. Io mi sono messo a pensare ai miei amici, a quelli che avrei visto da lì a poco e a quelli che sono lontani, e anche loro, improvvisamente, mi sono sembrate solo persone. Siamo solo persone, ed veramente tutto così semplice, a volte.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-4672841109015513939?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/4672841109015513939/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=4672841109015513939&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/4672841109015513939'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/4672841109015513939'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/06/siamo-solo-persone.html' title='Siamo solo persone.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-6090954279039441774</id><published>2011-05-27T12:47:00.000+01:00</published><updated>2011-05-27T12:47:46.754+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='politica'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='quotidiano'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='silvio berlusconi'/><title type='text'>Non mi dissocio.</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="background-color: #eeeeee;"&gt;[scritto e pubblicato il 15 dicembre 2009]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-hLwKSKPoirI/Td-PQqwANRI/AAAAAAAAABU/hRN0VLBVW8Y/s1600/ansa_17446017_32340.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://4.bp.blogspot.com/-hLwKSKPoirI/Td-PQqwANRI/AAAAAAAAABU/hRN0VLBVW8Y/s200/ansa_17446017_32340.jpg" width="158" /&gt;&lt;/a&gt;Mi chiamo Stefano Sgambati e non mi dissocio dall'atto violento perpetrato ai danni di Silvio Berlusconi. Mi dissocio dalla retorica ipocrita di questi giorni, questo sì, espressa unitamente dalla sinistra e dalla destra, nell'ambito di un'orgia benpensante di solidarietà pret à porter nei confronti del presidente del consiglio, UNICO responsabile del clima di violenza imperante in questo momento nel nostro Paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi chiamo Stefano Sgambati, sono un cittadino italiano e mi dissocio da Silvio Berlusconi. Mi dissocio dalla pasta scotta, dalle canzoni di Tiziano Ferro ma non mi dissocio dall'atto di violenza perpetrato ai danni del nostro presidente del consiglio. Mi dissocio dai libri di Moccia, dai film di Vanzina e da Maria De Filippi. Mi dissocio dalle donne che usano solo ballerine, mi dissocio dai jeans a vita alta, dalla pioggia e dall'inverno. Mi dissocio da Vittorio Feltri, Maurizio Belpietro e Maurizio Gasparri, ma non mi dissocio dall'atto di violenza perpetrato ai danni di Silvio Berlusconi: mi chiamo Stefano Sgambati e questo non fa di me un violento, ma un cittadino libero e scevro da condizionamenti. Mi dissocio da Maroni, da Bonaiuti e da Italy's Got Talent. Mi dissocio dal conflitto d'interessi, dallo scudo fiscale, dalla frode e dall'inganno. Mi dissocio dal falso in bilancio, dalle infiltrazioni mafiose e dai respingimenti nei confronti degli immigrati. Mi dissocio da chi supera in corsia d'emergenza, da chi passa col rosso e da chi suona il clacson un secondo dopo che è diventato verde, ma non mi dissocio dall'atto di violenza perpetrato ai danni di Silvio Berlusconi: questo non fa di me un violento, caro ministro Maroni, se per caso passi da queste parti a farti i cazzi miei. Mi dissocio dai Tronisti di Maria De Filippi, dal Festival di Sanremo e da X Factor. Mi dissocio dai pantaloni color cachi, dai mocassini e da Federico Zampaglione. Mi dissocio dalle mani fredde, dal mal di testa e dall'insonnia, mi dissocio dal processo breve, dal Lodo Alfano e dalle ronde nere. Mi dissocio da Il Giornale, da Gianfranco Fini e dalle divise violente. Mi chiamo Stefano Sgambati e mi dissocio da tutto questo ma non dall'atto violento perpetrato ai danni di Silvio Berlusconi. Mi dissocio DA Silvio Berlusconi e dalla sua cricca di cani da riporto, mi dissocio da chi non sa pensare con la propria testa, mi dissocio dagli indifferenti, da Simona Ventura e dai Reality Show. Mi dissocio da Luca Sofri, dall'avvocato Ghedini e da Stefano Accorsi. Mi dissocio dalla Strage di Capaci, da Piazza Fontana, dalla P2, da Licio Gelli e dalla camorra. Mi dissocio dalle stragi di Stato, dai Servizi Segreti deviati e dalle discriminazioni. Mi dissocio dalla sensibilità a cottimo, dalle morti bianche e dai poliziotti che sparano contro gli incensurati, ma non mi dissocio dall'atto di violenza contro Silvio Berlusconi. Mi dissocio dalle banche, dalle firme che spostano capitali, dai paradisi fiscali, mi dissocio dalla coda alla vaccinara - e questo sì che è anticonformista - mi dissocio dalla frutta e dalla verdura, dall'influenza suina e dai vaccini griffati Dolce &amp;amp; Gabbana. Mi dissocio da Franco Zeffirelli, dalle cover delle canzoni uguali ai pezzi originali, dal sindaco Alemanno e Bruno Vespa. Mi chiamo Stefano Sgambati, sono un cittadino italiano nel pieno delle facoltà mentali e non mi dissocio dall'atto di violenza perpetrato ai danni del presidente del consiglio. Mi dissocio dalla panna nella carbonara, da Enrico Papi e dal fascismo. Mi dissocio dagli arbre magique, dai tifosi romanisti che piangono tutte le partite e da quelli juventini che non sanno giocare pulito. Mi dissocio dal trasporto pubblico di Roma, dai tassisti e dai capperi. Mi dissocio da tutto quanto non sia evidentemente intelligente, perché c'è intelligenza anche nel massimo disimpegno. Mi dissocio dalla violenza morale di una menzogna o di una censura, piuttosto che da quella fisica, più pratica e autentica. Mi dissocio dalle gocce di pioggia fredda che cadono precise precise nel colletto della camicia alle otto di sera, mi dissocio dai cani perché preferisco i gatti e mi dissocio dagli animalisti. Mi dissocio dalla ricerca spaziale, dalle industrie farmaceutiche e dalle donne al volante. Mi dissocio dai Suv, da Al Bano Carrisi e dalle multe.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;Mi dissocio, veramente, da un sacco di cose, perché sono un cittadino italiano critico e consapevole e ho ben presente cosa vada e cosa non vada in questo straordinario nostro Paese, eppure non mi dissocio dall'atto di violenza perpetrato ai danni di Silvio Berlusconi e non perché lo consideri cosa buona e giusta ma perché, come ho detto all'inizio, considero lo stesso Silvio Berlusconi l'UNICO responsabile di tale clima politico e la mia dissociazione è preziosa e non la voglio sprecare. Perciò mi dissocio, in ultima analisi, da chiunque stia strumentalizzando tale gesto, mi dissocio dalla stupidaggine della censura e dal perbenismo di Bersani, mi dissocio da Emilio Fede che ha invitato in diretta nazionale la folla a linciare il colpevole, mi dissocio da quei cretini, giovani perfino, che urlano "Silvio! Silvio!" da sotto un palco e non sentono il ramo di ciliegio che sta penetrando solennemente nei loro deretani abituati alle invasioni. Mi dissocio dalla disoccupazione, dai contratti a progetto e dal precariato. Ecco da cosa mi dissocio, non dall'atto di violenza perpetrato ai danni di Silvio Berlusconi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo sostengo io sottoscritto, Stefano Sgambati, nel pieno delle mie facoltà mentali. Questo è il mio testamento biologico intellettuale. Se lo condividi, fallo tuo e liberati dal guinzaglio.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Amen.&lt;/i&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-6090954279039441774?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/6090954279039441774/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=6090954279039441774&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/6090954279039441774'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/6090954279039441774'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/05/non-mi-dissocio.html' title='Non mi dissocio.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-hLwKSKPoirI/Td-PQqwANRI/AAAAAAAAABU/hRN0VLBVW8Y/s72-c/ansa_17446017_32340.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-1387308449052835522</id><published>2011-05-27T12:43:00.000+01:00</published><updated>2011-05-27T12:43:20.989+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='recensioni'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='daniele pasquini'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='io volevo ringo starr'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='intermezzi editore'/><title type='text'>Quel Daniele Pasquini che voleva Ringo Starr.</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-gyR2Nr51qAA/Td-OCty7J8I/AAAAAAAAABQ/LxXs8QkZ7lU/s1600/148441_1561625996943_1124103611_31498528_6428389_a.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://1.bp.blogspot.com/-gyR2Nr51qAA/Td-OCty7J8I/AAAAAAAAABQ/LxXs8QkZ7lU/s200/148441_1561625996943_1124103611_31498528_6428389_a.jpg" width="128" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;C’è una cosa che premetto sempre, prima di dare qualsiasi giudizio. E’ questa: io non sono nessuno, non chiedetemi pareri, a meno che non vogliate sapere qualcosa a proposito di Youporn. Sono contrario ai consigli, dati e ricevuti. Alla luce di ciò, mi piacerebbe parlare di un libro che ho da poco finito di leggere e ne vorrei parlare non perché sia un libro particolarmente bello (anche), ma perché è un libro scritto da un giovanissimo, edito da una casa editrice di geni (le parole sono importanti) e questi due elementi, messi insieme, valgono la pena di cinque minuti di lettura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il libro in questione si intitola &lt;b&gt;“Io volevo Ringo Starr”&lt;/b&gt; (&lt;a href="http://www.intermezzieditore.it/"&gt;Intermezzi Editore&lt;/a&gt;) e l’autore è &lt;b&gt;Daniele Pasquini&lt;/b&gt;. Allora, sentite, prima di tutto una cosa: non mi metterò qui a dire che questo libro, scritto da un poco più che ventenne, sia imprescindibile, necessario, urgente o scegliete voi un lemma da quella pozza lessicale insopportabile dove, quasi sempre (stavo per scrivere “spesso e volentieri”, poi ci ho ripensato), sguazzano censori e recensori. “Io volevo Ringo Starr” (da questo momento in avanti “Ringo Starr”) è un gradevole libretto che non cambierà il mondo, né pretende di farlo, e la mia onestà intellettuale preme adesso per dirvi che qualora vi rimanessero, nel borsellino, le ultime due banconote della vostra vita, ebbene, meglio sarebbe se vi compraste un testo qualsiasi di Aldo Busi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Ringo Starr”, ecco perché ne sto scrivendo, è un libro che si indirizza un po’ a tutti, ma soprattutto ai giovani: parla di giovani, ma lo fa in modo adulto. Apriti cielo: il libro di Pasquini fa una cosa rivoluzionaria che mi ha fatto aprire gli occhi. Si rivolge a un pubblico giovanile (non per forza giovanile, ma soprattutto giovanile: almeno secondo me) senza trattarlo da perfetto imbecille. Dico: ci voleva tanto? Dentro a “Ringo Starr” c’è un sacco di roba, messa proprio bene, per esempio c’è tanta filosofia, c’è un po’ di matematica, c’è un guazzabuglio d’amore e frustrazione, però quest’amore e questa frustrazione sono trattati senza l’abuso di luoghi comuni. Tanto per dire: un regista acclamato come Ozpetek o uno scrittore di fama mondiale come Paolo Giordano sono soliti trattare queste tematiche - Amore &amp;amp; Frustrazione - circa centomila volte peggio di Pasquini che, udite udite, non inserisce nel suo libro nemmeno un disadattato, nemmeno un frocio, nemmeno una lesbica, nemmeno un autistico e, miracolo!, nemmeno un’anoressica, men che meno una bulimica, niente di niente, giuro che non ci sono storie di disturbi alimentari in questo libro rivolto ai giovani, che parla di giovani, trattando però i giovani da adulti. La storia non ve la dico, perché odio parlare delle trame dei libri: comunque è tutta una specie di metafora musicale e vi dico, senza tema di smentita, che la chiusura del volume vale da sola il fatidico prezzo del biglietto. Pasquini con quel finale lì, che pure non mi era piaciuto prima dell’ultimo, ultimissimo paragrafo, m’ha fregato, m’ha fatto girare pagina convinto che ci fosse ancora almeno un pezzetto da leggere e invece no e questa cosa succede per un motivo ben preciso, precisissimo, studiato, calibrato, che - se amate la lettura e se avete la giusta curiosità che dovrebbe spettare ai vivi - non vi potete perdere. Lo voglio ripetere ancora, l’ho detto all’inizio: Pasquini, esattamente come me, non è Burroughs, non è niente: quelli come noi fanno il piacere all’umanità di lettori di essere onesti e di scrivere da tali, senza prendere per il culo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho detto della conclusione del libro, allora, mi raccomando, non vi fate il torto di perdervela. Ho detto pure che fino a quell’ultimo, ultimissimo paragrafo, tale conclusione non mi stava piacendo e voglio spiegare pure questo, prima di passare all’ultima questione, anche questa già accennata in precedenza, che è quella dei giovani trattati da adulti. Dunque, il problema delle pagine finali del libro di Pasquini è che fanno piangere di commozione. Io odio la commozione: per me è un trucco da  due soldi e spero, con queste mie parole, di non far dispiacere l’Autore, ma di consigliarlo e indirizzarlo verso una via più onesta, giacché ho detto, solo poche righe fa, che in effetti la cosa maggiormente grandiosa di “Ringo Starr” risiede proprio nel tasso di onestà. Le ultime pagine fanno piangere, il che non è male, intendiamoci: uno non è che deve per forza affrontare un libro come fosse un esercizio di scrittura creativa. Il libro, inteso come fruizione del, è soprattutto intrattenimento, quindi ‘fanculo, anche la commozione è divertimento (la Tamaro ci si paga il mutuo a botte di pornografia sentimentale, mica cotica) e allora ben venga tutto. Solo che siccome io a Pasquini gli voglio pure bene, allora questa cosa della commozione la voglio dire lo stesso: bravo Daniele, perché ti giuro che mi sono sentito un po’ stronzo a commuovermi davanti a quelle ultime pagine (e giuro che l’ho fatto, mi sono commosso, cioè leggevo e avevo gli occhi lucidi, ecco, così diamo il significato ai significanti), soprattutto perché, mentre mi commuovevo, pensavo che, porca troia, quelle cose le aveva scritte uno tipo di dieci anni più giovane di me e che, nonostante ciò, mi stava fregando alla grande. Solo che la commozione io non ce la metterai mai così esplicitamente in un testo narrativo, soprattutto se siamo alle pagine finali: si può far piangere non usando nemmeno una parola “commovente”. Si procede per immagini e se si è bravi (se si è bravi) l’effetto lacrimuccia arriva lo stesso, solo che il lettore non saprebbe dire perché. Ti faccio un esempio: la Tamaro, ritornando a lei, se descrive un incidente stradale, si sofferma sullo zainetto della povera vittima (provvidenzialmente un’adolescente tenerissima con le treccine e tanti bei vuoti a scuola) riverso sull’asfalto, magari semiaperto, ci aggiunge (davvero, lo fa) la pioggia che cade e la lacrima è fatta, infiocchettata, pronta per gli scaffali dei negozi. Tu non hai fatto questo, siamo d’accordo, minimamente, però tutta quella commozione inevitabile, proprio alla fine del tuo libro, m’è sembrata un mezzuccio, un mezzuccio meravigliosamente architettato, ma un mezzuccio. Una cerniera sulla schiena del mostro della palude che improvvisamente si rende visibile allo spettatore, per usare una metafora cara a Stephen King (un altro - genio! - che ogni tanto c’è cascato pure lui in questa cosaccia della commozione pret a porter); la prossima volta (spero presto, praticamente domani) voglio augurarmi che tu riesca a trovare un modo alternativo per farmi arrivare a quell’ultimo paragrafo, l'ultimissimo, quello che invece ti fa passare la commozione e ti consegna un sentimento che dovrebbe essere nell’ambizione di tutti gli scrittori moderni: la rabbia, la sorpresa, la frustrazione. Lì sì che mi hai fregato, ma m’hai fregato bene, senza trucchi, lì mi hai fatto un gioco con le carte ricordandoti prima di accorciarti le maniche della camicia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo dovevo, alla voce “critica negativa”. Il resto, e così arriviamo all’ultimo punto, quello che prima ho solo sfiorato, è da applausi: ci si può rivolgere a un pubblico giovane senza trattarlo da perfetto idiota. Ce l’ha dimostrato Daniele Pasquini: si fottessero i Moccia di questo mondo e si fottesse tutta quella produzione di merda, colorata ed edulcorata che travisa i giovani, perché li tratta con faciloneria, cioè puntando più ai loro soldi che al loro cervello, disegnando così una pletora informe di imbecilli tutti chat e amori scolastici, dialoghi umilianti e questioni ormonali. Ma che, per caso Collodi quando scrisse Pinocchio pensò di agevolare la lettura, di renderla facile facile, per piacere ai giovani? E che, forse Stevenson aggiustò la mira, disegnando la sua isola del tesoro? E Melville e Defoe e Gianni Rodari e James Barrie e Hans Christian Andersen e Jules Verne e Omero? Cosa fecero costoro, scrivendo chi di avventure, chi di grandi guerre, chi di meravigliosi amori e personaggi fiabeschi? Si piegarono forse sulle loro ginocchia per scendere all’altezza dei giovani a cui (anche) si rivolgevano e farli salire in braccio? Giammai: pretendevano piuttosto che fossero i giovani, nel caso, a montare su tavoli e sedie per arrivare alla corretta prospettiva. Questo dovrebbe fare uno scrittore e questo fa Pasquini: non che il suo “Ringo Starr” sia costituito da un’epica avventurosa, mitica, non che ci siano navi fantasma, burattini di legno o isole che non ci sono, però è un libro su un gruppo di ventenni che suona il rock &amp;amp; roll, scritto in un linguaggio giovane, giovanile, ma non giovanilista. I lucchetti, ci dice Pasquini, quando salta da Schopenauer a Nitsche, chiudeteveli sulle palle, teste di cazzo. Sarebbe bello se le case editrici moderne, anziché trovare volti giovani e patinati intorno le cui gole avvolgere foulardes di seta viola altamente raccomandati durante le interviste dalla Dandini, cercassero tizi in grado soprattutto di scrivere, magari non all’altezza di Philiph Roth, chissenefrega, ma onestamente, andando da A a B senza per forza usare la corsia d’emergenza. Il libro di Pasquini, “Io volevo Ringo Starr”, non è un’auto blu coi lampeggianti accesi, ma una bella Twingo con la musica giusta dentro: vi porterà a destinazione senza gettarvi addosso gli insulti degli altri viaggiatori, senza zainetti riversi sulla strada, senza “Step”, chat e altre puttanate immonde. Pasquini usa il mezzo letterario, punto e basta, e badate che lo usa a un'età in cui, generalmente, la gente con una mano si fa le pippe e con l'altra gioca all'X Box (cose in cui, senza tema di smentita, eccelle pure il Nostro, per carità). Ci dovrebbe essere gente così - che fa cose così - sui divanetti rossi della seconda serata di RaiTre: invece ci ritroviamo con D’Avenia e il bello è che indichiamo quelle trasmissioni come avamposti di "libertà".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Incuriositevi, dico a voi: ogni volta che vedete un libro di un giovane scrittore pubblicato da una casa editrice non “mainstream”, pensate che dietro quella casa editrice non “mainstream” c’è un investimento di soldi autentici nei confronti di quell’autore, soldi prelevati da casse che, nella migliore delle ipotesi, risuonano a vuoto per diversi mesi all’anno, a fronte di sacrifici, impegno e colossale fatica, e che, proprio per questo, non è possibile che sia un investimento fatto a cazzo di cane. Se una casa editrice non “mainstream” (e non a pagamento, s’intende: qui parliamo di contratti editoriali professionali) investe su un autore sconosciuto, voi dovete moltiplicare per quattro quel coraggio e capire da soli che, a meno di colossali granchi (che ci sono e possono capitare), potete andare sul sicuro. Libri così non hanno bisogno di "stampelle" per funzionare, perfino la copertina è scarna e bianca, guardatela, non ci sono ami da pesca qui dentro, è una rivoluzione editoriale, quella dell'onestà a tutti i costi, quella dei contenuti: essere quello che si è dalla prima pagina all'ultima, vale anche per la vita, è un concetto che, in questo caso, costa 13 euro ma che, in genere, si tende a pagare assai più caramente.&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Buona lettura.&lt;/i&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-1387308449052835522?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/1387308449052835522/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=1387308449052835522&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/1387308449052835522'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/1387308449052835522'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/05/quel-daniele-pasquini-che-voleva-ringo.html' title='Quel Daniele Pasquini che voleva Ringo Starr.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-gyR2Nr51qAA/Td-OCty7J8I/AAAAAAAAABQ/LxXs8QkZ7lU/s72-c/148441_1561625996943_1124103611_31498528_6428389_a.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-2945792405090166354</id><published>2011-05-26T18:37:00.004+01:00</published><updated>2011-05-27T12:50:39.655+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='aldo moro'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='narrativa'/><title type='text'>Ammazzare Aldo Moro oggi.</title><content type='html'>- ... Il corpo dell'onorevole Aldo Moro lo potete trovare a Via Caetani - ripeto: Via Caetani - nel bagagliaio di una Renault rossa. I primi due numeri di targa sono...&lt;br /&gt;- Ma chi è, scusi?&lt;br /&gt;- Mi sente?&lt;br /&gt;- Sì, ma chi è?&lt;br /&gt;- Brigate Rosse.&lt;br /&gt;- Brigate cosa?&lt;br /&gt;- Rosse.&lt;br /&gt;- Senta, guardi che ha sbagliato.&lt;br /&gt;- Il corpo dell'onorevole Aldo Moro lo potete trov...&lt;br /&gt;- Aridaie. Senta, ma lei chi sta cercando?&lt;br /&gt;- Forse non ci siamo capiti...&lt;br /&gt;- No, è lei che non ha capito, scusi. Lo sa che ore sono?&lt;br /&gt;- Come sarebbe a...&lt;br /&gt;- Ecco, glielo dico io. Sono le 13.45. Lo sa questo che vuol dire?&lt;br /&gt;- Non riesco a...&lt;br /&gt;- Dico: lo sa questo che vuol dire?&lt;br /&gt;- Ma io...&lt;br /&gt;- Io sto mangiando. Ha capito?&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;- Sto in pausa pranzo e guardi che ho risposto solo perché pensavo fosse mia moglie, che quella poi chissà che si pensa...&lt;br /&gt;- Qui sono le Brigate Rosse, mi sente?&lt;br /&gt;- Sì e io sono incazzato nero. Come la mettiamo?&lt;br /&gt;- I primi due numeri di targa della Renault rossa sono...&lt;br /&gt;- &lt;em&gt;(fuoricampo)&lt;/em&gt; Ma chi è che rompe li cojoni?&lt;br /&gt;- Ma che cazzo ne so, uno che si vede che non je va de magnà.&lt;br /&gt;- &lt;em&gt;(fuoricampo)&lt;/em&gt; ... E vabbè, mannalo un po' affanculo!&lt;br /&gt;- Ha sentito il collega che ha detto?&lt;br /&gt;- Senta, forse non ci siamo spiegati. Non posso parlare con un responsabile, per piacere?&lt;br /&gt;- No, ha ragione: nun se semo spiegati. Qui stamo TUTTI a magnà. Se io le chiamo il "responsabile", come dice lei, a me quello me licenzia.&lt;br /&gt;- Io sto chiamando per la questione Aldo Moro.&lt;br /&gt;- E io le sto dicendo che c'ho le tagliatelle ar sugo che me se stanno a freddà.&lt;br /&gt;- Ma il segretario del Partito...&lt;br /&gt;- &lt;em&gt;(fuoricampo)&lt;/em&gt; Aho, se sbrigamo o nun se sbrigamo?&lt;br /&gt;- Senta guardi, mi fa il piacere di richiamare dopo le 16 per favore?&lt;br /&gt;- Due ore di pausa pranzo vi prendete?&lt;br /&gt;- Ma anvedi questo... Lei sta parlando con un pubblico ufficiale, forse le è sfuggito il particolare. Come si permette?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Pronto?&lt;br /&gt;- Parlo con il caporedattore del Corriere della Sera?&lt;br /&gt;- Chi lo cerca?&lt;br /&gt;- Brigate Rosse.&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;- Ho la sua attenzione?&lt;br /&gt;- Mi dica.&lt;br /&gt;- Il corpo dell'onorevole Aldo Moro lo potete trovare a Via Caetani - ripeto: Via Caetani - nel bagagliaio di una Renault rossa. I primi due numeri di targa sono...&lt;br /&gt;- Ma chi è?&lt;br /&gt;- Dico: mi sente?&lt;br /&gt;- Sì, io la sento, ma è uno scherzo?&lt;br /&gt;- Nessuno scherzo. Stia calmo e mi ascolti. I primi due numeri di targa sono...&lt;br /&gt;- Ma guardi che qua è un casino adesso...&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;- C'è la conferenza stampa di Ranieri.&lt;br /&gt;- Non ho capito.&lt;br /&gt;- Sta parlando il Mister.&lt;br /&gt;- Dove?&lt;br /&gt;- A Trigoria.&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;- Quindi se non le dispiace io...&lt;br /&gt;- Lei è il caporedattore del Corriere della Sera?&lt;br /&gt;- Sì, sono io.&lt;br /&gt;- Può passarmi il Direttore per piacere?&lt;br /&gt;- &lt;em&gt;(fuoricampo)&lt;/em&gt; Aho, viè a sentì che cazzo sta a dì er Mister!&lt;br /&gt;- Un attimo! Senta, il Direttore adesso non può venire, faccia la cortesia. Io con chi sto parlando? Magari posso riferire.&lt;br /&gt;- Brigate Rosse.&lt;br /&gt;- Cerchi di capire... Domenica ci giochiamo lo scudetto.&lt;br /&gt;- Sì ma io...&lt;br /&gt;- Le chiedo solo di richiamare più tardi, ora è un momento un po' così...&lt;br /&gt;- Perché sta parlando il Mister...&lt;br /&gt;- Ecco, sì. Se per piacere...&lt;br /&gt;- Non interessa al primo quotidiano italiano di sapere dove si trova il cadavere dell'Onorevole Aldo Moro? Perché è di questo che sto parlando.&lt;br /&gt;- Senta, ma forse lei è il caso che chiami direttamente la Nera. Le passo l'interno?&lt;br /&gt;- Mi passi l'interno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Pronto, cronaca nera.&lt;br /&gt;- Il corpo dell'onorevole Aldo Moro lo potete trovare a Via Caetani - ripeto: Via Caetani - nel bagagliaio di una Renault rossa. I primi due numeri di targa sono...&lt;br /&gt;- Ma chi è?&lt;br /&gt;- Brigate Rosse.&lt;br /&gt;- Che è quel gioco televisivo?&lt;br /&gt;- Prego?&lt;br /&gt;- Quello che fanno gli scherzi telefonici?&lt;br /&gt;- No, senta, faccia il piacere: qui sono le Brigate Rosse e se adesso mi ascolta se ne renderà conto.&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;- I primi due numeri di targa della Renault Rossa sono...&lt;br /&gt;- Aldo Moro ha detto?&lt;br /&gt;- ... Sì.&lt;br /&gt;- No,  è che la settimana scorsa ha chiamato uno dicendo che l'avremmo trovato in un lago e abbiamo scritto un articolo e sono tutti andati a questo lago solo che non c'era niente e, insomma, il Direttore ci ha fatto un culo tanto, perché dice che gli sono venuti a rompere i coglioni quelli dei Servizi Segreti.&lt;br /&gt;- Le sto dicendo che il corpo dell'onorevole Moro è...&lt;br /&gt;- Non è che io non le voglia credere, intendiamoci...&lt;br /&gt;- ... A Via Caetani...&lt;br /&gt;- ... E' solo che qua sono tutti precari, con orari assurdi e c'è un clima che, guardi, nemmeno le voglio dire...&lt;br /&gt;- ... Nel bagagliaio...&lt;br /&gt;- ... Senza contare che la maggior parte di noi lavora nei weekend senza che nulla si muova in busta paga e se questa notizia fosse vera, ecco, lei è un uomo di mondo, lo capisce, se questa notizia fosse vera, cioè se quello che mi sta dicendo fosse vero e lei fosse veramente delle Brigate Rosse e davvero quel cadavere fosse in quella macchina, santoddio, ha visto che ore sono? Tra poco qui se ne vanno tutti a casa...&lt;br /&gt;- ... Di una Renault rossa...&lt;br /&gt;- ... Se ora vado di là e dico ai colleghi che ci hanno appena comunicato dove sta il cadavere di Moro, quelli mi ammazzano. Tenga presente che questo mese hanno pure pagato con due settimane di ritardo...&lt;br /&gt;- ... I primi due numeri di targa sono...&lt;br /&gt;- Senta scusi, Via Caetani ha detto?&lt;br /&gt;- ... Sì, Via Caetani.&lt;br /&gt;- Ha idea del traffico che c'è adesso verso il Centro?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Redazione di Porta a Porta.&lt;br /&gt;- Sì pronto?&lt;br /&gt;- Sì, redazione di Porta a Porta.&lt;br /&gt;- Siete in pausa pranzo?&lt;br /&gt;- Come dice?&lt;br /&gt;- Siete mica in pausa pranzo?&lt;br /&gt;- No, certo che no. Dica pure.&lt;br /&gt;- ... Tutti puntuali gli stipendi, sì?&lt;br /&gt;- Certo ma...&lt;br /&gt;- Ok.&lt;br /&gt;- ... Con chi parlo?&lt;br /&gt;- Brigate Rosse.&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;- Mi sente?&lt;br /&gt;- Mi dica pure.&lt;br /&gt;- Il corpo dell'onorevole Aldo Moro lo potete trovare a Via Caetani - ripeto: Via Caetani - nel bagagliaio di una Renault rossa. I primi due numeri di targa sono...&lt;br /&gt;- Aspetti un momento.&lt;br /&gt;- Che c'è?&lt;br /&gt;- Brigate Rosse ha detto?&lt;br /&gt;- Sì, Brigate Rosse.&lt;br /&gt;- Può attendere un momento in linea, prego?&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;- Solo un minuto.&lt;br /&gt;- Faccia pure.&lt;br /&gt;- Gentilissimo, grazie.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;(passano 19 minuti)&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;- E' ancora lì?&lt;br /&gt;- Sono ancora qui.&lt;br /&gt;- Senta, le chiedo scusa per l'attesa, ma il signor Vespa stava sotto manicure.&lt;br /&gt;- Guardi che questo è un comunicato ufficiale delle Brigate Rosse in merito al cadavere di Aldo Moro...&lt;br /&gt;- L'ho capito.&lt;br /&gt;- Ecco, forse al signor Vespa interesserebbe un certo scoop.&lt;br /&gt;- Senta, io non so come dirglielo...&lt;br /&gt;- Cosa mi deve dire?&lt;br /&gt;- Per quando sarebbe questa cosa?&lt;br /&gt;- Come sarebbe a dire?&lt;br /&gt;- Insomma, la puntata di oggi è stata già registrata e...&lt;br /&gt;- Ma lei si rende conto della portata della cosa?&lt;br /&gt;- Certamente, ma non possiamo adesso...&lt;br /&gt;- E secondo lei cosa ci dovrei fare io con questo cazzo di cadavere?&lt;br /&gt;- Ha provato a chiamare ai giornali?&lt;br /&gt;- Non me ne parli...&lt;br /&gt;- Le forze dell'ordine?&lt;br /&gt;- Ha una domanda di riserva?&lt;br /&gt;- Senta, io non so proprio come aiutarla, gli operatori hanno già smontato, i costumisti, il trucco e il parrucco, l'assistente di studio... Perfino il portiere se n'è andato a casa. C'è X Factor stasera e anche io, se non le dispiace...&lt;br /&gt;- Ma lei il signor Vespa l'ha avvisato della cosa?&lt;br /&gt;- Guardi, era sotto il casco della permanente e mi diventa intrattabile quando...&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;- Senta, se vuole abbiamo una puntata libera tra quattro giovedì. Le dico subito che potremmo avere come ospiti Alba Parietti, Andrea Roncato di Gigi e Andrea e Martufello. Se lei magari mi richiama in settimana, vediamo di organizzarci, fissiamo la scaletta e...&lt;br /&gt;- Andrea Roncato?&lt;br /&gt;- Sì.&lt;br /&gt;- Alba Parietti?&lt;br /&gt;- Sì!&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;- Ne verrebbe fuori un ottimo dibattito, secondo me. Guardi, le garantisco almeno 3 milioni di media e un picco di share del 38%. Adesso chiamo subito gli inserzionisti. Di chi ha detto che è questo cadavere?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Pronto?&lt;br /&gt;- Sì, salve.&lt;br /&gt;- Chi è, scusi?&lt;br /&gt;- Parlo con il signor Lele Mora?&lt;br /&gt;- Può dirmi chi è?&lt;br /&gt;- Brigate Rosse.&lt;br /&gt;- Cosa desiderano?&lt;br /&gt;- Senta, io qua c'ho un cazzo di cadavere che se aspetto ancora un po' me lo divorano i gabbiani di Torvaianica.&lt;br /&gt;- Guardi che io non la conosco.&lt;br /&gt;- Senta, mi dica come devo fare, avanti. Lei fa di queste cose no?&lt;br /&gt;- Ma di cosa sta parlando? Come si permette? Io sono un agente dei divi. Io faccio diventare le persone famose. Io rendo le cose possibili!&lt;br /&gt;- Appunto, mi senta bene: 'sto cazzo di cadavere a noi ci serve o non ci serve? Io dico che ci serve e ci serve bello riconoscibile. Allora vediamo di non far passare altro tempo e mi dica lei come devo fare per farlo diventare una notizia appetibile.&lt;br /&gt;- Ma di chi stiamo parlando, scusi?&lt;br /&gt;- Aldo Moro.&lt;br /&gt;- Che edizione del Grande Fratello ha fatto?&lt;br /&gt;- No, senta...&lt;br /&gt;- L'Isola dei Famosi?&lt;br /&gt;- Non ha fatto reality show. Aldo Moro, il segretario di...&lt;br /&gt;- Comunque non è importante.&lt;br /&gt;- Meno male.&lt;br /&gt;- E' morto MORTO?&lt;br /&gt;- Stecchito.&lt;br /&gt;- Bene.&lt;br /&gt;- Bene?&lt;br /&gt;- Certo. Siamo in Italia. Un cadavere tira più di un pelo di figa.&lt;br /&gt;- Ah.&lt;br /&gt;- Però. C'è un però.&lt;br /&gt;- Mi dica. E' lei l'esperto.&lt;br /&gt;- Com'è questo cadavere?&lt;br /&gt;- E come vuole che sia? E' un cadavere!&lt;br /&gt;- Dove sta?&lt;br /&gt;- Il corpo dell'onorevole Aldo Moro lo potete trovare a Via Caetani - ripeto: Via Caetani - nel bagagliaio di una Renault rossa. I primi due numeri di targa sono...&lt;br /&gt;- Senta, tagli corto. Non è questo che mi interessa.&lt;br /&gt;- E cosa...&lt;br /&gt;- Com'è vestito?&lt;br /&gt;- In che senso com'è...&lt;br /&gt;- Com'è vestito?! Cos'ha addosso?&lt;br /&gt;- Ma... Veramente non mi ricordo. Mi sembra dei pantaloni color cachi. Insomma...&lt;br /&gt;- Pantaloni ha detto?&lt;br /&gt;- Sì, pantaloni.&lt;br /&gt;- E poi?&lt;br /&gt;- Una camicia. Mocassini. Ma adesso non...&lt;br /&gt;- Non ci siamo.&lt;br /&gt;- Che significa "non ci siamo"?&lt;br /&gt;- Senta, signor come si chiama...&lt;br /&gt;- Brigate Rosse.&lt;br /&gt;- Ecco, allora: lei vuole o non vuole che il suo cadavere sia domattina sulla bocca di tutti?&lt;br /&gt;- Certo che lo voglio!&lt;br /&gt;- Allora mi deve ascoltare. In questo io sono il numero uno.&lt;br /&gt;- L'ascolto Maestro.&lt;br /&gt;- Lei lo sa che io ho fatto incidere un disco a Lorenzo del Grande Fratello 2?&lt;br /&gt;- Veramente?&lt;br /&gt;- Parola.&lt;br /&gt;- Complimenti Maestro.&lt;br /&gt;- E non so se ha visto le tette di Cristina.&lt;br /&gt;- Ah, se le ho viste...&lt;br /&gt;- Le piacciono?&lt;br /&gt;- Da morire...&lt;br /&gt;- Ecco. Idea mia.&lt;br /&gt;- Vuol dire che prima...&lt;br /&gt;- PIATTA.&lt;br /&gt;- Piatta?!&lt;br /&gt;- Piatta. Rasoterra. Nisba. Nada.&lt;br /&gt;- I miei complimenti, Maestro.&lt;br /&gt;- Perciò mi ascolti.&lt;br /&gt;- L'ascolto.&lt;br /&gt;- Questo cadavere...&lt;br /&gt;- Sì?&lt;br /&gt;- Gli dobbiamo mettere le calze a rete.&lt;br /&gt;- COSA dobbiamo fare?&lt;br /&gt;- E una gonna.&lt;br /&gt;- Ma...&lt;br /&gt;- NIENTE ma.&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;- Pensa di potersi procurare questi oggetti?&lt;br /&gt;- Penso di sì, ma...&lt;br /&gt;- Di nuovo con questi ma? Lei non si preoccupi.&lt;br /&gt;- Sì, Maestro.&lt;br /&gt;- E cocaina.&lt;br /&gt;- No! Cocaina no!&lt;br /&gt;- Sì, cocaina sì!&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;- Gliela metta in tasca...&lt;br /&gt;- Ma ha detto che bisogna infilargli una gonna...&lt;br /&gt;- Le fanno anche con le tasche.&lt;br /&gt;- Va bene.&lt;br /&gt;- E rossetto.&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;- Tanto rossetto.&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;- Non è che ha anche un altro cadavere?&lt;br /&gt;- No!&lt;br /&gt;- Peccato.&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;- Chiamo subito Fabrizio. Non starà più nella pelle.&lt;br /&gt;- Fabrizio?&lt;br /&gt;- Vuole che tutti ne parlino, no?&lt;br /&gt;- Sì, ma...&lt;br /&gt;- E allora serve il fotografo.&lt;br /&gt;- ...&lt;br /&gt;- Noi ci vediamo tra un'ora... Dove ha detto che sta questo cadavere?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Pronto, parlo con le Brigate Rosse?&lt;br /&gt;- Ssssì, mi dica.&lt;br /&gt;- Eh, senta... E' sua una Renault Rossa parcheggiata in Via Caetani?&lt;br /&gt;- Ssssì, che cosa...&lt;br /&gt;- E quello lo chiama parcheggio?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="font-size: large;"&gt;Fine_&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-2945792405090166354?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/2945792405090166354/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=2945792405090166354&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/2945792405090166354'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/2945792405090166354'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/05/ammazzare-aldo-moro-oggi.html' title='Ammazzare Aldo Moro oggi.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-3962989257755550891</id><published>2011-05-26T12:39:00.003+01:00</published><updated>2011-05-27T12:51:29.682+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='david foster wallace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='quotidiano'/><title type='text'>3) Trilogia su David Foster Wallace - Scarpe</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-8-XWkR8Xm88/Td47pAVFtcI/AAAAAAAAABA/tb9jG53ctH0/s1600/61922_1485705178970_1124103611_31351496_7625571_n.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="225" src="http://3.bp.blogspot.com/-8-XWkR8Xm88/Td47pAVFtcI/AAAAAAAAABA/tb9jG53ctH0/s320/61922_1485705178970_1124103611_31351496_7625571_n.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Non riesco a seguire un dibattito, una conversazione, una lettura, è più forte di me, non ci riesco, lo giuro su dio, e questa volta non c’entra il feticismo, la perversione, l’ignominia dei miei sensi e dei miei gusti, ma non ce la faccio, mi distraggo, va a finire che non sento una sola parola di quello che il relatore seduto dietro al tavolo sta dicendo, se gli organizzatori non si sono presi la briga di spicciare su quel tavolo una tovaglia o un telo lungo abbastanza da arrivare a terra, così da coprire, da nascondere alla mia vista, i piedi di quel relatore o di quella relatrice. L’altra sera sono andato a seguire questa serata-evento (evento di che, poi?) in occasione della morte di uno scrittore che mi piace e di cui ho parlato anche troppo e che, dunque, non nominerò mai più, fino al prossimo 12 settembre, organizzata dai “tipi” (si dice così) di Minimum Fax, dei geni dell’editoria che hanno saputo tagliarsi uno spazio incredibile nell’ambiente, nonostante l’oligarchia annientante dei colossi “main stream” e  nonostante la loro collana di narrativa italiana faccia, per usare un termine carissimo agli intellettuali, cagare al cazzo (non a caso non c’è neanche un libro mio in catalogo).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;1) Martina Testa indossava degli anfibi neri, minacciosi, che le arrivavano ben oltre la caviglia, ma ben oltre, allacciati con una cura da marines, fino all’ultimo centimetro disponibile, come se si trattasse di attraversare il deserto del Gobi, o di esplorare la Terra del Fuoco camminando sulle punte, e non di presenziare a una piacevole serata di metà settembre dedicata a un tizio morto che in vita scriveva e scriveva bene. Questa signorina gradevolissima, che per i “tipi” di Minimum Fax fa la traduttrice e l’editor, ha letto un pezzo molto importante della produzione dello scrittore morto, uno dei pezzi più illuminanti che siano mai stati scritti nella storia di questa Terra (non sto esagerando) in merito al discorso “fruizione della televisione dall’utente medio”. E’ uno dei saggi di questo scrittore che io personalmente più adoro e bramo, solo che non ho sentito una cippa lippa di quanto la tizia stava leggendo, perché, appunto, si vedevano le scarpe, sotto al tavolo, giacché il telo che gli organizzatori avevano spicciato arrivava a malapena a lambire i quattro lati, perciò io non ho fatto altro che guardarle, non ho fatto altro che indugiare sulla posizione di quei piedi (la proprietaria li faceva ballare sulle punte, ogni volta che finiva un periodo e prendeva fiato, oppure ogni volta che doveva girare pagina) e così facendo, così comportandomi, non sono riuscito a carpire contemporaneamente anche il senso di quanto stava leggendo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2) Edoardo Nesi, uno scrittore italiano che per i “tipi” di Minimum Fax fa il traduttore, ha letto un altro lungo pezzo tratto, questa volta, da uno dei libri più discussi di questo scrittore che è morto e che noi tutti, presenti all’evento, stavamo celebrando e io, di nuovo, non ho capito un cazzo, perché Edoardo Nesi teneva i piedi appoggiati per terra di taglio, con le piante che quasi quasi si toccavano l’un l’altra, come i piccoli piatti di una scimmietta ammestrata, e io potevo tranquillamente vederli e infatti posso dirvi adesso che lui tradiva una certa emozione ogni volta che la gente in sala rideva: in tali occasioni rimetteva entrambi i piedi ben poggiati a terra, facendo oscillare solo le ginocchia, salvo riportarli alla posizione precedente, una volta che la lettura poteva riprendere. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3) Francesco Piccolo non mi ha lasciato fiato: indossava degli strani sandali francescani, una cosa orribile, che dovrebbe essere proibita dalla legge, soprattutto agli uomini, ai maschi, perciò, nel suo caso, durante la sua lettura, anche questa molto divertente, la tragedia è stata doppia perché non solo potevo vedere le calzature ma anche l’imbottitura, nello specifico delle dita grassocce che si muovevano su e giù, animosamente, ogni volta che lui, a sua volta traduttore per i “tipi” della Minimum Fax, aveva un’esitazione, una balbuzie, un lapsus linguae. Francesco Piccolo prende coraggio dalle dita dei piedi, sappiatelo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4) Vincenzo Ostuni, che è stato di gran lunga il più bravo a leggere, quello con la voce meglio impostata, anche lui seduto, con questi piedi tragicamente visibili sotto il tavolo, anche lui è stato un osso duro, perché indossava delle scarpe la cui suola era consumatissima e io vi garantisco che era proprio consumatissima, tipo che sembrava fosse arrivato fin lì a piedi, direttamente dal Texas. Per tutta la durata della sua lettura, anche questa presa da un saggio cla-mo-ro-so che l’autore morto aveva scritto per degli altri “tipi”, non di Mimimum Fax, ma di Harper’s Magazine, non ho carpito una sola sillaba, perché quelle suole consumate, che Ostuni, incredibilmente, riusciva a tenere ferme, immobili, come se nemmeno gli appartenessero, usurpavano tutta la mia attenzione che già era abbastanza in affanno per colpa di un tizio, grasso e capellone, che finora non ho mai nominato, accomodato una fila di seggiole più avanti, tutto impegnato a fare ai protagonisti dell’evento tantissime fotografie con una reflex dotata di obiettivo telescopico buono per riprendere Plutone con una certa definizione, senza mai cambiare posizione o inquadratura, al punto che io, stando dietro e potendo osservare il risultato degli scatti nel monitorino, ho subito pensato di non aver mai visto tante fotografie tutte uguali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così arriviamo all’ultimo oratore, ovvero (5) Christian Raimo, uno scrittore che secondo me ha a che fare con il Male del mondo e che io stimo, più o meno, come un esercito di formiche nel culo: lui mi ha sorpreso, lo devo ammettere, non solo perché ha eseguito la lettura migliore della serata ma anche e soprattutto perché ha letto stando in piedi, con le gambe solo leggermente divaricate e il libro tenuto ben dritto davanti a sé. Ho potuto sentire così tutta la lettura, concentrato e attento, senza perdermene nemmeno un brano: ciò è stato possibile perché la postura di Raimo non consentiva fraintendimenti. L’attenzione veniva esercitata dal volto, dal busto e non dai quei maledettissimi piedi. Va anche detto, a onor del vero, che Raimo, che io considero una delle più grandi ciofeche di scrittore mai nate su questa terra, ha interpretato la lettura alla grande, con un entusiasmo e un’emotività inusitate, senza contare che il brano scelto, un racconto tratto da una raccolta di questo autore morto che noi stavamo celebrando, era di una bellezza talmente assoluta e, secondo me, indiscutibile, che perfino le foglie degli alberi m’è sembrato, a un tratto, si protendessero come per l’effetto del vento o forse per ascoltare, e addirittura il ciccione, seduto una fila di seggiole più avanti, giuro su dio che non ha scattato nemmeno una di quelle foto tutte identiche, rimanendosene con la Nikon in grembo che sembrava un feto disgraziato e morto.&lt;br /&gt;E’ successa un’ultima cosa, prima della fine della serata che, non a caso, è coincisa con la lettura di Christian Raimo, questo scrittore che il sottoscritto trova disgustoso come un ramarro spiaccicato sotto un piede nudo: più o meno a tre quarti della lettura di tale racconto straordinario, che contiene passaggi di una bellezza lirica, strutturale, linguistica, simbolica e “sonora” così assoluti che dovrebbe essere immediatamente preso, il libro che lo contiene, e messo sugli inginocchiatoi delle Chiese del mondo al posto delle Bibbie, più o meno a tre quarti di questo racconto, è passato un aereo - giuro che è vero, potessi risvegliarmi domattina ed essere Christian Raimo - ed è stato quello l’unico momento in cui mi sono distratto, il tempo di tre o quattro righe, non di più, ma si sa che dentro la testa il tempo è relativo e sette o otto secondi all’interno possono equivalere ad anni luce, fuori. Così ho guardato l’aereo, mentre le parole di Raimo perdevano consistenza, e mi sono visto dall’alto, ogni tanto mi capita, dal punto di vista dell’aereo. Ho immaginato tutte queste persone, tra cui me, come capocchie di spillo, con le caviglie incrociate sotto le sedie e le braccia conserte, ad ascoltare uno dei racconti più belli mai scritti dall’essere umano; ho pensato a che cazzata immonda stavamo facendo, una puttanata, paragonata a tutti i problemi dell’universo, i disastri, le tragedie, eccetera: dei tizi sconosciuti tutti intenti ad ascoltare un altro tizio in piedi su un palco leggere della roba strana scritta da uno scrittore morto due anni prima e, niente, poi l’aereo è scomparso oltre l’orlo del cielo e io ho fatto giusto in tempo ad unirmi all’applauso finale.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-3962989257755550891?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/3962989257755550891/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=3962989257755550891&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/3962989257755550891'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/3962989257755550891'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/05/3-trilogia-su-david-foster-wallace.html' title='3) Trilogia su David Foster Wallace - Scarpe'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-8-XWkR8Xm88/Td47pAVFtcI/AAAAAAAAABA/tb9jG53ctH0/s72-c/61922_1485705178970_1124103611_31351496_7625571_n.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-8321955248897914769</id><published>2011-05-26T12:36:00.002+01:00</published><updated>2011-05-27T12:52:22.342+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='david foster wallace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='quotidiano'/><title type='text'>2) Trilogia su David Foster Wallace - Un modo</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-wJcv5FPn5wk/Td466VWR5uI/AAAAAAAAAA8/H9QYaXPbgzg/s1600/60428_1483930014592_1124103611_31346992_8379976_n.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="312" src="http://3.bp.blogspot.com/-wJcv5FPn5wk/Td466VWR5uI/AAAAAAAAAA8/H9QYaXPbgzg/s320/60428_1483930014592_1124103611_31346992_8379976_n.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Giusto ieri m’ha chiamato un caro amico e collega per domandarmi se, secondo me, fosse il caso di proporre un pezzo su DFW al giornale per cui scrive. “Perché no?”, gli ho risposto. “Pudore”, ha replicato lui: “Mi vergogno”. Vergognarsi di apprezzare DFW come autore è qualcosa che succede ai puri di mente. A me è capitata la stessa cosa, qualche settimana fa, quando, per ragioni che adesso preferirei non argomentare più del necessario, mi sono trovato ad entrare in uno dei miei locali preferiti accompagnato da una sventola con una minigonna più “mini” che “gonna” e con delle decolleté di vernice ai piedi che, per forza di cose, hanno riarrangiato il concetto di “vertiginoso”. DFW non è una sventola, anzi è un tipo losco e bruttarello e, di sicuro, non usa indossare decolléte di vernice, a meno che il suo lato oscuro - che già vanta tinte sepolcrali - non fosse più complicato di quello che immaginassi; però può indurre al pudore, come una bella gnocca che evidentemente non fa al caso tuo e che però hai scelto di corteggiare al solo uso e consumo delle gonadi e per carburare l’ego: tutto ti sembra ovvio e facile, finché capisci che prima di ammanettarla alla testiera del letto, ti ci dovrai far vedere in giro. In questo senso (e solo in questo senso) non c’è differenza tra una sventola e un cesso. Uno che legge DFW, avendo al contempo anche l’ardire di apprezzarlo, è di sicuro un cretino, uno che vuole darsi un tono, uno che non sapendone niente di letteratura, decide di farsi andare bene il primo scrittore “impegnativo” che incontra e così si mette la coscienza a posto alla voce “cultura” e, semmai, tiene pure la risposta pronta casomai gli dovessero domandare qualcosa a proposito del proprio “scrittore preferito”. DFW sembra fatto apposta per esser lo “scrittore preferito” di chiunque, anche se nemmeno si sa di cosa si sta parlando. Il problema di DFW è che, pure lui, prima di poterlo ammanettare alla testiera del letto, te lo devi leggere e le cose che DFW scrive sono parecchio strane, indossano, cioè, una minigonna assurda e tacchi altissimi, così che la gente facilmente possa pensarne male: guarda che zoccola, toglile quell’abitino, falla scendere dai quelle scarpe, struccala ed ecco che ti ritrovi con tua nonna. Di DFW si potrebbe dire la stessa cosa: levagli tutto quell’inutile realismo isterico, proibiscigli le metafore azzardate, le note a margine, le divagazioni a volte lunghe decine di pagine, semmai spuntagli pure un pochino quell’umorismo a tutti i costi ed ecco che l’hai messo al palo. Ecco che ti passa la voglia di ammanettarlo alla testiera del letto. Perché le “trame” di DFW sono quello che sono, spunti, tutt’al più, piccole intuizioni che poi lui allunga a dismisura grazie alla tecnica mostruosa, al citazionismo esasperato, al realismo isterico, alle divagazioni e a tutte le cose che ho già detto prima. Le minigonne, le decolléte di vernice. Le labbra gonfiate dal rossetto, il seno che prorompe dal vestito come pasta lievitata a sesso. C’è pudore a farsi vedere in giro con DFW.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Quello che ho capito io, a due anni dalla morte, una morte che mi fu annunciata via sms dallo stesso amico che ieri mi ha telefonato, chiedendomi se fosse o meno il caso di scrivere un pezzo su DFW per il giornale, quello che ho capito io, di DFW, oltre al fatto che è morto, ovviamente, è che, come tutti i geni di questo mondo, perché arrivati a questo punto del discorso possiamo pure cominciare a chiamare le cose con il loro nome, come tutti i geni di questo mondo, anche questo genio non poteva fare a meno di essere così com’era, e di scrivere così come scriveva, per la semplice ragione che gli piaceva da morire farlo e, credetemi, gli piaceva proprio da morire farlo, scrivere come scriveva, al punto che un brutto giorno si è legato intorno al collo una corda e si è dato la morte per impiccagione. Le “minigonne” di DFW non sono scelte, non sono le “stampelle” che un autore mediocre adopera per non far zoppicare più la propria opera, per usare una metafora cara ad Aldo Busi (un altro che per scrivere le cose che scrive le può scrivere solo come le scrive): le sue “minigonne” sono condanne. Uno come DFW è condannato ad essere com’è, a scrivere come scrive, perché per arrivare dove vuole arrivare, cioè per andare da A a B, per forza di cose sceglierà una strada poco maestra e molto azzardata. Per gusto, per ossessione estetica: uno chef non può fare a meno di ripulire il bordo del piatto con un canovaccio, prima di servirlo ai commensali. Se ti impicchi, secondo me, hai immediatamente ragione tu: significa che non l’hai mai fatto per darti un tono. Per quanto ne so, può anche darsi che darsi una morte simile facesse parte del suo progetto estetico. DFW era uno fissato con l’istanza estetica: la ricercatezza e la cura con cui scriveva le cose che la maggior parte della gente detesta, perché, appunto, le vede come pedanti decolléte di vernice, è stata talmente sfiancante per la sua testa, già fin troppo appassionata di filosofia e filologia, da dover dire, a un certo punto, basta. Se a DFW uno gli andasse a dire: “Senti, levati quella minigonna”, DFW risponderebbe: “Quale minigonna?”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;DFW ci si è impiccato con quella minigonna addosso e questo annulla tutte le speculazioni in merito: è facile che non piaccia, quest’autore, perché è antipatico e lezioso, ma ciò che non tollero sono quelli che lo accusano e che sostengono che le sue storie potrebbero essere raccontate anche senza tutti gli orpelli che ci mette. DFW, un uomo depresso fino all’inverosimile, cupo e inquieto, eppure divertentissimo e divertito, umoristico e umorale, amava così tanto scrivere che non ha mai scelto di farlo in altro modo da quello che gli interessava veramente. Al Muro di Berlino nessuno ha mai chiesto di essere un po’ più morbido: certe cose o le abbatti o sono destinate a rimanere così per sempre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi DFW è morto da due anni e questo è un conto che è destinato ad allungarsi per sempre, finché ci sarà qualcuno con la voglia di ricordarlo: ricordare uno scrittore, ricordare le cose scritte da uno scrittore, soprattutto se è morto, mi piace pensare sia un dovere di chi resta. Mi piace sempre dire che niente di più morto esiste di un artista morto. Quando succede che una domenica di settembre ti svegli venendo sapere che uno degli autori a cui dovresti essere più grato si è strappato la vita di dosso come una muta da sub, la prima sensazione è la rabbia, l’incomprensione, poi arriva lo struggimento, la solitudine, l’amarezza e lo sgomento. Viene certo immaginare che questo mondo debba averci per forza qualcosa di sbagliato, se uno come DFW si è appeso a una corda: la sensazione già c’era, intendiamoci, la sensazione che tra tutti i mondi possibili, proprio questo fosse il più fottuto di tutti, ma un DFW che oscilla a pochi ma decisivi centimetri dal pavimento trascende la sensazione e sconfina nella certezza. Ci siamo, m’è venuto da dire quel giorno di settembre, raggiunta la fase dello sgomento, e passate quelle della rabbia, dell’incomprensione, dello struggimento e dell’amarezza, ci siamo, ecco una nuova prova dell’insensatezza di questo posto del cazzo. Come farò a proseguire io stesso? Alla fine, eccoci qua, naturalmente un modo lo si trova sempre.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-8321955248897914769?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/8321955248897914769/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=8321955248897914769&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/8321955248897914769'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/8321955248897914769'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/05/trilogia-su-david-foster-wallace-un.html' title='2) Trilogia su David Foster Wallace - Un modo'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-wJcv5FPn5wk/Td466VWR5uI/AAAAAAAAAA8/H9QYaXPbgzg/s72-c/60428_1483930014592_1124103611_31346992_8379976_n.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-7436803381641179291</id><published>2011-05-26T12:33:00.005+01:00</published><updated>2012-03-03T12:33:18.503Z</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='david foster wallace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='quotidiano'/><title type='text'>1) Trilogia su David Foster Wallace - Parentesi</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-mTL8e8lNd8I/Td453dCwgdI/AAAAAAAAAA4/rE3LHJsLAgs/s1600/61747_1483913294174_1124103611_31346976_4257998_n.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="211" src="http://4.bp.blogspot.com/-mTL8e8lNd8I/Td453dCwgdI/AAAAAAAAAA4/rE3LHJsLAgs/s320/61747_1483913294174_1124103611_31346976_4257998_n.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Secondo me è stata la parentesi tonda aperta e chiusa. Voglio dire. Secondo me è stata la parentesi. Ci sono delle parentesi che non significano niente, ci sono delle parentesi addirittura assurde, per esempio quelle che stanno negli esercizi di matematica o di algebra, come si dice, ecco, di quelle parentesi lì è sicuro che io non ci ho mai capito un’acca, e poi ci sono delle altre parentesi ancora. Quando capita una di queste parentesi che dico io, queste altre, &lt;i&gt;tonde&lt;/i&gt;, che contengono numeri, e questi numeri sono in verità delle date di nascita e di morte, precedute da un nome e un cognome, allora vuol dire che il titolare di quel nome e cognome è nato e morto e che quella parentesi racchiude in due numeri separati da un trattino l’anno in cui il tizio è nato e l’anno in cui gli è capitato in sorte di morire. Ecco quali sono le parentesi di cui sto parlando: sono queste parentesi, non altre, che possono, a seconda dei casi, illuminarti la giornata oppure spegnertela.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Una di queste parentesi me la sono trovata sotto gli occhi l’altra sera, in macchina, e allora l’ho guardata, ho guardato la parentesi coi numeri dentro, stampati accanto al nome e al cognome del mio scrittore preferito, e m’è sembrato che un sacco di cose fossero in qualche modo destinate a finire contro un muro in questa vita e in tutte le altre possibili. Il libro del mio scrittore preferito stava tra le mani di Alberto, gliel’avevo regalato io, sul sedile posteriore c’era anche Federico, e tutti quanti noi amici stavamo andando a una cena a Bracciano, una di quelle riunioni con persone di cui s’era perduta traccia per qualche motivo un fottio d’anni prima. Allora Alberto ha tirato fuori il libro del nostro scrittore preferito e abbiamo dato un’occhiata al risvolto della quarta di copertina mentre Federico era a comprare le sigarette: è stato così che abbiamo scoperto la parentesi tonda con dentro i numeretti. È stato per questo che abbiamo cominciato a parlarne, del nostro scrittore preferito. Era la prima volta che vedevamo due numeri: di solito, siccome il nostro scrittore preferito, fino a qualche settimana prima, era giovane e, soprattutto, era vivo, accanto al suo nome, nei libri, ci stava soltanto un numero, quello di nascita, perciò era soltanto a quello che noi, suoi lettori appassionati, eravamo abituati. Quando abbiamo visto la novità, nonostante fossero già un sacco di giorni che parlassimo e discutessimo di questa morte, della morte del nostro scrittore preferito, e, dunque, nonostante la morte del nostro scrittore preferito fosse stata ampiamente masticata, se non digerita, di sicuro esorcizzata, seppure non compresa, perché una morte così, che coglie un uomo giovane e tanto brillante, non la può comprendere nessuno, valla a spiegare una morte per impiccagione, valla a spiegare, non la spieghi mica, te la tieni, come una camicia di una misura troppo grande di cui hai perduto lo scontrino, te la tieni una morte così, almeno finché non ti imbatti in una di quelle parentesi, quelle importanti, quelle coi numeri dentro separati da un trattino, ed è stato per questo, dicevo, che quando abbiamo visto la novità sul risvolto della quarta di copertina, non so come dirlo, è stato come se questa morte stranissima avesse fatto un giro ben lungo e fosse tornata indietro a colpirci sui visi con buffetti di intesa. Ci abbiamo fatto amicizia, ecco, con questa morte. Con la morte del nostro scrittore preferito. Non ce la siamo spiegata, per i motivi che ho già detto, ma ci abbiamo stretto un patto. Un patto di non belligeranza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Comunque, poi siamo andati a Bracciano e tutto il resto. Federico seduto dietro e Alberto davanti. Abbiamo acceso la lucetta dell’abitacolo e Alberto ha letto ad alta voce un racconto, un inedito, pubblicato proprio in occasione della morte del nostro scrittore preferito. Non so se un esperimento simile fosse mai stato tentato: spegnere la radio, tacere tutti e sentire un racconto letto ad alta voce in macchina. Chissà. Però è stato bello. Significativo. Ci sono voluti circa 25 km per finirlo tutto, magari Federico, poveretto, s’è pure annoiato, visto che il nostro scrittore preferito non è anche il suo scrittore preferito, però credo che anche per lui sia stata una cosa nuova, con tutto quell’asfalto da srotolare; insomma, è stato piacevole ingannare l’attesa dell’arrivo facendo una cosa del genere. M’è venuto in mente che se ci avessero visti, e la qual cosa era molto probabile dal momento che un po’ di traffico c’era e il nostro abitacolo era perfettamente illuminato, uno avrebbe potuto anche pensare che fossimo matti. O terribilmente eccentrici. Oppure tutte e due le cose. Ho visto fare un sacco di roba strana alla gente al volante, ma mai leggere un libro: una volta una tizia si stava spazzolando i denti con uno di quegli spazzolini elettrici. L’ho vista con questi occhi. Non si sa mai cos’è che può venire in mente alle persone, mentre stanno guidando.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Va bene: c’è stato questo grande silenzio fino a che Alberto non ha finito di leggere il racconto. A un certo punto ho pensato che tutto sommato quello che gli stavamo facendo, al nostro scrittore preferito, era un funerale. Un bel funerale, credo, ammesso che si possa definire bella una celebrazione della morte. Però il nostro scrittore preferito era uno abbastanza fissato sia con la morte che con la celebrazione dell’estetica, perciò io credo ‒ ma, davvero, non ho elementi per dirlo con certezza ‒ che l’avrebbe gradita una cosa del genere, se gliel’avessero raccontata (o se l’avesse vista). Verso la metà del racconto, anzi credo che fosse un po’ più avanti, perché mi pareva, dalla lettura di Alberto, che il ritmo stesse cambiando, facendosi più veloce, una cosa questa che si avverte moltissimo ad alta voce, ho cominciato istintivamente a rallentare l’andatura e un paio di macchine ci hanno superato: stavamo arrivando troppo velocemente dove dovevamo andare e questo non si sposava bene col fatto che nessuno di noi, tranne Alberto, sapesse con esattezza quanto mancasse alla fine della storia. Poi Alberto ha sollevato la faccia dal libro e allora tutti abbiamo capito che quella che aveva appena letto era l’ultima parola del racconto: in genere uno lo sa quando un racconto che sta leggendo sta per finire, le pagine si assottigliano tra le mani e poi ne resta una sola. Invece da ascoltatori questo fatto non è possibile, a meno di spiare, quindi la fine davvero è giunta inaspettata, al punto che mi sono dovuto girare un attimo per appurare se il nostro amico si fosse solo interrotto oppure avesse davvero terminato. È stato quando Alberto ha preso e ha spento la lucetta dell’abitacolo che è stato chiaro a tutti che qualunque cosa avessimo fatto lì dentro era finita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poi ci sono stati tutti dei minuti in cui abbiamo parlato del racconto appena letto, di altri racconti, di libri, della morte per suicidio, dell’istanza estetica dell’impiccagione e di altre cose relative al nostro scrittore preferito, fino a che anche noi ci siamo stufati e l’argomento del giorno è diventata la fica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;__&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="background-color: #cccccc;"&gt;[tratto da "Il Paese bello" di Stefano Sgambati&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="background-color: #cccccc;"&gt;Pubblicato qui con il permesso dell'editore - &lt;a href="http://www.intermezzieditore.it/"&gt;www.intermezzieditore.it&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-7436803381641179291?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/7436803381641179291/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=7436803381641179291&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/7436803381641179291'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/7436803381641179291'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/05/trilogia-su-david-foster-wallace-la.html' title='1) Trilogia su David Foster Wallace - Parentesi'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-mTL8e8lNd8I/Td453dCwgdI/AAAAAAAAAA4/rE3LHJsLAgs/s72-c/61747_1483913294174_1124103611_31346976_4257998_n.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-4314008974537167736</id><published>2011-05-26T12:26:00.002+01:00</published><updated>2011-05-27T12:44:01.872+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='recensioni'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='alice in gabbia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='miraggi edizioni'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='arianna gasbarra'/><title type='text'>"Alice in gabbia": ovvero come leggere e gradire un libro scritto da una femmina pure se sei un maschilista.</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/-JRcJicm_pxA/Td43dJ7WP7I/AAAAAAAAAA0/mmSHCqfvQsQ/s1600/155837_1584289923527_1124103611_31539507_3501309_a.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://4.bp.blogspot.com/-JRcJicm_pxA/Td43dJ7WP7I/AAAAAAAAAA0/mmSHCqfvQsQ/s1600/155837_1584289923527_1124103611_31539507_3501309_a.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Vi dico subito tre cose, a proposito di questo libro che si chiama &lt;b&gt;“Alice in gabbia”&lt;/b&gt;: l’ha scritto una signorina, &lt;b&gt;Arianna Gasbarro&lt;/b&gt;, quindi una donna, non so se avete capito, una femmina, e io, maschilista convinto, di quelli che va bene tutto, basta che la cena sia pronta alle otto, non saprei bene dire da quando mi sia persuaso che anche le donne possano scrivere libri, a questo mondo, ma forse - chissà - proprio leggendo libri come questo di Arianna. Due: si tratta di un libro pubblicato da un’altra di quelle case editrici di geni e di pazzi che a un certo punto prendono e si mettono a sfidare i dragoni alati davanti ai castelli delle principesse e il bello è che ci fanno pure il piacere di combattere con coerenza, coraggio e determinazione. Si chiama “&lt;a href="http://www.miraggiedizioni.it/"&gt;Miraggi&lt;/a&gt;” questa casa editrice e proprio come altre case editrici di cui vi ho parlato (&lt;a href="http://www.intermezzieditore.it/"&gt;Intermezzi&lt;/a&gt;, per esempio, o &lt;a href="http://www.aisara.eu/"&gt;Aìsara&lt;/a&gt;, o &lt;a href="http://www.delvecchioeditore.it/"&gt;Del Vecchio&lt;/a&gt; per nominare le prime tre che mi vengono in mente non del tutto casualmente) fa le cose per bene e con l’onestà propria dei pazzi, appunto, o dei geni. Impugnate i loro libri e poi venitemi a dire: sono bellissimi, da subito, esteticamente, e poi anche dal punto di vista dei contenuti (va bene, non li ho letti tutti: mica mi pagano, che cazzo: avrò pure una vita sessuale); sono persone interessate alla letteratura, questi di &lt;b&gt;Miraggi&lt;/b&gt;, che fanno cultura, che la muovono, la agitano, come si fa con certe bottiglie di spumante quando si vuole festeggiare qualcosa di veramente importante e propongono libri interessanti, ecco tutto, per cui vale la pena di spendere qualche euro. Tre: anche &lt;b&gt;“Alice in gabbia”&lt;/b&gt; come &lt;a href="http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/05/quel-daniele-pasquini-che-voleva-ringo.html"&gt;"Io volevo Ringo Starr"&lt;/a&gt;, di quell'illuminato di &lt;b&gt;Daniele Pasquini&lt;/b&gt;, e come i pochi altri libri &lt;a href="http://stefanosgambati.blogspot.com/search/label/recensioni"&gt;di cui ho parlato&lt;/a&gt;, è il libro di un’esordiente (con l’apostrofo perché, ve lo ricordo, stiamo parlando di un autore un po’ particolare, una specie di bestia mitologica che un po’ scrive e un po’ si controlla lo smalto sulle unghie, una creatura dello spazio profondo che non solo compone in italiano corretto ma sa anche sfilarsi un reggiseno senza togliersi il maglione: insomma, una femmina), un’esordiente che merita di essere conosciuta tra una cosa e l’altra di questa esistenza barbara.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Alice in gabbia” (da questo momento “Alice”) è un bel romanzo breve che fa una cosa incredibile, cioè prende e rivoluziona un genere ed è per questo, secondo me, che merita d’essere conosciuto. Lo dico sempre, lo dirò anche stavolta: “Alice” non è un libro incredibile, fantastico, perfetto, necessario, non è un libro che riconcilia con la letteratura italiana, non è un miracolo, perché io non sono un cretino, la Gasbarro non è una cretina e qui non siete tra le note di &lt;b&gt;Gordiano Lupi&lt;/b&gt;; “Alice” è un libro intelligentissimo e scritto molto bene che prende e rivoluziona un genere, ho detto, cioè riesce a parlare della Situazione Lavorativa in Italia senza adoperare il consueto, blando, noiosissimo e abusato cliché dell’operatore di call center, di lavoratore precario, di disperato studente alla ricerca di un orizzonte, semmai ambientando il tutto in una “provincia depressa popolata da operai siderurgici, adulti disillusi bruciati da troppe sconfitte”, tanto per citare lo stesso Gordiano Lupi che così parla di “Acciaio” di Silvia Avallone, pensando di farle un favore. Infatti Arianna Gasbarro, in questo libro qui, “Alice in gabbia”, ci presenta una situazione lavorativa disperante e tipica del nostro &lt;a href="http://www.ibs.it/code/9788890357695/sgambati-stefano/paese-bello.html"&gt;Paese bello&lt;/a&gt; (piccolo spazio pubblicità) elevando a protagonista della storia, però, una tizia con un contratto ATI, cioè A Tempo Indeterminato. Miracolo! Rivoluzione! Venghino siori, venghino! Non c’è mica il trucco: la Gasbarro fa quello che deve fare usando un personaggio brillante, senza patemi, depressioni, genitori moribondi in carrozzella, fratelli spastici, autistici, juventini o negri, anzi, perfino con una laurea in tasca e un contratto ATI, inserendola in un ambiente addirittura piacevole, tipo Firenze, non certo una “provincia depressa popolata da operai siderurgici, adulti disillusi bruciati da troppe sconfitte”, anche perché per la provincia depressa popolata da operai siderurgici, adulti disillusi bruciati da troppe sconfitte ci sono già i fratelli Muccino a fare gli esegeti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La cosa bella, che vorrei si capisse, di questo libro, è che questo libro rimane lo stesso un libro abbastanza disperato e cupo, che vi farà considerare, alla fine, l’ipotesi di emigrare verso un luogo meno ameno dell’Italia, il Bangladesh per esempio, solo che lo fa senza ami da pesca, senza valigette col doppio fondo e senza personaggi che sembrano rimestati in quella betoniera da cui tutti gli autori italiani vanno ormai puntualmente ad attingere. Alice, la protagonista di questo romanzo breve, è sì in gabbia, certo che vuole scappare, è vero non si sente benissimo, moralmente e umoralmente, però ci viene consegnata tramite delle tecniche nuove, proprio opposte alla letteratura di genere e a me questa cosa qui è piaciuta tantissimo, proprio tanto, al punto che poi l’ho dovuto scrivere anche all’autrice, secondo quell’esigenza propria di certi libri che una volta che li hai finiti senti la necessità di fare qualche domanda a chi li ha scritti. Questa prodezza tematica, poi giuro che chiudo, questa innovazione stilistica, concettuale, questo rovesciamento di prospettiva, viene accompagnato da una scrittura matura, consapevole e - cosa da me amatissima - incazzata a bestia. Arianna Gasbarro mi pare una tizia incazzata come un tavernaio livornese e questo fatto di essere incazzati si può esprimere benissimo in un libro anche senza cedere alla tentazione della provincia depressa popolata da operai siderurgici, adulti disillusi bruciati da troppe sconfitte. Si può dipingere cupa amarezza anche usando colori vivaci: così sì che sei bravo, altrimenti cazzo ci vuole? Per esempio, a un certo punto del libro, precisamente a pagina 74, per gli amanti dei numeri e del Lotto, la protagonista, Alice, sta cercando di spiegarci e di spiegarsi i motivi per cui si ostini ad accettare una vita di ufficio amara e monotona, anziché seguire i propri istinti, e dice:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: large;"&gt;"Perché mai accetto che dei cretini mi impongano di restare qui fino alle 18? Io che ho spirito di sacrificio e che ho sempre centrato i miei obiettivi, io che non accetto compromessi nel mio tempo libero e se mi ritrovo con le mani infilate nei guanti da cucina, insaponata fino al gomito, e all’improvviso la radio mi tradisce e mette su una canzone dei Tazenda non mi perdo d’animo ma mi sfilo la ciabatta e cambio stazione con l’alluce, perché mai io dovrei farmi soggiogare da questo vile buffone e rimanere inerme mentre egli a zampate mi distrugge la vita?".&lt;/span&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;Capito che intendo? Non è che bisogna per forza fare le Anna Frank per insinuare nel lettore l’idea che, in effetti, non sia proprio tutto così adorabile nell’esistenza del protagonista del nostro romanzo. Questo passaggio qui sopra io l’ho adorato, mi uccide con l’ironia e mi lascia un po’ divertito e un po’ terrorizzato (soprattutto perché non sapevo che le radio potessero ancora trasmettere i Tazenda e infatti da quando l'ho scoperto non accendo più la radio a casa, si sa mai). Non sarà tragico come vivere in una provincia depressa popolata da operai siderurgici, adulti disillusi bruciati da troppe sconfitte, però è meno "facile" e poi è tragico lo stesso, ve lo assicuro, e ve ne renderete conto pure voi, se leggerete il libro di Arianna Gasbarro fino alla fine. Tragico, però, in quel modo per cui è tragica la vita, serenamente, desolatamente, inevitabilmente - e adesso basta adoperare avverbi che finiscano con -mente altrimenti mi sentirò costretto ad inserirci pure "fortunatamente". Sempre a proposito di quanto mi sembri intelligente e incazzata quest’autrice, in grado di raccontare una storia benissimo e al contempo camminare anche sui tacchi (cioè, non proprio allo stesso tempo, voglio sperare, ma diciamo nell’arco della medesima vita ecco, che non è poco lo stesso), vi cito solo un altro piccolo passaggio, quasi al termine del libro, quando le carte sul tavolo sono pressapoco tutte girate e si sono già intuiti vincitori e sconfitti:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: large;"&gt;"Viviamo in un’illusione. Sotto l’asfalto davanti al nostro portone c’è davvero il terriccio, sotto i palazzoni questa è ancora campagna. Noi siamo fatti di carne e sangue e ossa e dopo la morte ci liquefaremo, la cameriera come il prestigioso avvocato, la contadina come il presidente degli Stati Uniti d’America. Siamo tutti identici e irrimediabilmente superflui. Proprio per rispetto agli embrioni cestinati e ai malati terminali che implorano di morire, abbiamo il dovere di trovare un senso alla nostra esistenza che è preziosa e ha valore di per sé. L’auto fica, il Milan allo stadio tutte le domeniche, la vacanza in Costa Smeralda non sono bisogni reali, ma solo la proiezione di ciò che un nostro simile vuole che noi desideriamo. E’ lui che lucra sui nostri desideri, sul nostro bisogno di trovare un senso. S’ingrassa e si arricchisce su questo nostro essere povere creature impaurite fatte solo di carne e sangue, tremebonde al pensiero del vuoto immenso che ci aspetta dopo la morte e bisognose di quel senso di sicurezza che ci dà camminare lungo una strada già tracciata”.&lt;/span&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;Ora se a voi questo non piace, non comunica niente, sebbene si faccia riferimento addirittura alla Costa Smeralda e dunque per niente a una provincia depressa popolata da operai siderurgici, adulti disillusi bruciati da troppe sconfitte, allora non so proprio cosa dovrebbe piacervi (forse, in effetti, potrebbe piacervi “Acciaio” di Silvia Avallone, ora che ci penso, così torniamo a Gordiano Lupi per l'ultima volta e chiudiamo pure il giro). Ora: ci sarebbero altre tematiche interessanti, per esempio il “femminismo” trattato anche questo in maniera sapiente e originale, l’uso di questa riuscitissima metafora delle papere, i personaggi di &lt;i&gt;“Ego”&lt;/i&gt; e di &lt;i&gt;“Demonietto”&lt;/i&gt; e un eccellente finale lirico, spettrale, forse aperto, forse sbarrato, e popolato di terrificanti "clown", ma di questo - se volete - giacché qui lo spazio è logisticamente esaurito, se ne parlerà lunedì prossimo, il 6 dicembre 2010, durante la presentazione alla libreria “Altroquando” a Via del Governo Vecchio 80 a Roma (ore 19.30). L’autrice farà l’autrice, io farò da relatore: se voi farete da ascoltatori interessati, mi sa che avremo chiuso pure questo, di giro.&lt;br /&gt;Nel frattempo, come sempre, buona lettura.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-4314008974537167736?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/4314008974537167736/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=4314008974537167736&amp;isPopup=true' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/4314008974537167736'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/4314008974537167736'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/05/alice-in-gabbia-ovvero-come-leggere-e.html' title='&quot;Alice in gabbia&quot;: ovvero come leggere e gradire un libro scritto da una femmina pure se sei un maschilista.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-JRcJicm_pxA/Td43dJ7WP7I/AAAAAAAAAA0/mmSHCqfvQsQ/s72-c/155837_1584289923527_1124103611_31539507_3501309_a.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-4767505951616580308</id><published>2011-05-26T12:12:00.005+01:00</published><updated>2011-05-26T12:15:36.533+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='capodanno'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='casablanca'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='quotidiano'/><title type='text'>Mentre il tempo passa.</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="background-color: #eeeeee;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-small;"&gt;[pubblicato il 31 dicembre 2010]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-JXZCfOExEAI/Td40jK56ZnI/AAAAAAAAAAs/d0bBI34VTXo/s1600/166219_1624122599319_1124103611_31617649_751478_a.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://2.bp.blogspot.com/-JXZCfOExEAI/Td40jK56ZnI/AAAAAAAAAAs/d0bBI34VTXo/s1600/166219_1624122599319_1124103611_31617649_751478_a.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;Facciamolo, come tutte le volte, non un compendio, non un riassunto, non una celebrazione dell’anno che è stato, ma un quarto d’ora preso nel pugno e tenuto stretto, un quarto d’ora di ricreazione, in cui suonare un po' di jazz, sì, un po' di jazz letterario, con quel pizzico di improvvisazione quanto basta, perché è dai tempi di “Casablanca” che si sa, questo fatto dell’improvvisazione, da quando Sam, il pianista del Rick’s Cafè, si lasciò convincere da Ingrid Bergman a suonare quella vecchia canzone, pure se non se la ricordava tanto bene, pure se non aveva certezza dei tasti da premere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco chi vorrei essere un bel giorno: vorrei essere Sam, il pianista del Rick’s Cafè, vorrei indossare quel completo assurdo, che sembra argentato, o forse dorato, comunque cangiante, come il ventre di un pesce che sbatte per la sopravvivenza contro il legno di prua, vorrei parlare con tutti i verbi all’infinito, non ricordare bene canzone eppure suonare lo stesso perché essere quello mio lavoro, mia vita, cioè suonare al Rick’s Bar, intrattenere clienti e sorridere sempre pure se cose a casa andare male, mostrare la mia fila di denti bianchissimi e incassare mance e complimenti con la medesima nonchalance, vorrei essere Sam, un bel giorno, vorrei anche io non ricordarla bene, eppure ricordarla, alla fine, quella canzone, quella che fa &lt;i&gt;la la la la la&lt;/i&gt;, sapete anche voi di cosa sto parlando, ricordarla e vedere formarsi nello sguardo di chi me l’ha implorata uno strato di sottile rassegnazione. Perché ecco cosa si impara alla fine, che tutti i sentimenti positivi che crediamo di provare altro non fanno se non esaltare la nostra mortalità. Noi moriamo ogni volta che un grandioso istante s’è trasformato in fotografia, ogni volta che una battuta divertentissima ha finito di farci ridere, ogni volta che il nostro amico migliore ha chiuso lo sportello della macchina per darci l'ennesima buonanotte, ogni sensazione di &lt;i&gt;Perfetta Vita&lt;/i&gt; ci restituisce per intero il profilo della nostra destinazione, cioè la morte. La sto suonando, signorina Ilsa, anche se è una musica triste, la sto suonando per come ricordare, mia testa un poco stanca, ma voi capire, quest’anno essere stato lungo, faticoso, dispendioso: sarebbe bello, sì sì sì, essere Sam, in quella divisa entusiasmante, su uno sgabello seduto, dentro un locale elegante, circondato da ricche signore che fumano sigarette lunghe e sottili. Sarebbe bello vederli tutti ballare, in circolo, guardare le gonne svolazzare, telecomandate dalle dita sui tasti bianchi e neri, inclinare la testa per salutare chi passa, bello sarebbe essere la causa di tanta gioia e serenità, produrre una musica capace di rendere più audaci le bocche di signore e signori, oliare i discorsi e generare nuovi amori e passioni, conoscenze, intarsiare nell’anima dei presenti l’idea presuntuosa che sì, la vita può essere bella. Sarebbe magnifico essere Sam, e invece anche oggi è solo venerdì.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anno 2010, ciao: che ti devo dire? Come dovrei guardarti se a malapena so da che lato appenderti? Ad appendere certi quadri non s'impara mai. Lungo, faticoso, dispendioso 2010: &lt;i&gt;gennaio, febbraio, marzo&lt;/i&gt;, aprile, mi sembrano mesi lontanissimi, come se l’apertura delle mie braccia fosse condannata ad abbracci impossibili e i tendini e i muscoli stridessero nel tentativo: non fosse che il ricordare è fatto del materiale più elastico del mondo, m’aspetterei lo strappo. &lt;i&gt;Maggio, giugno, luglio&lt;/i&gt;: che resta di tutto quel caldo che abbiamo creduto di soffrire? Che rimane delle tintarelle, delle scalette degli aerei, dei vuoti d’aria? Che resta degli abbracci e dei baci che si sono consumati, che resta di quei capelli profumati, delle dieci punture di spillo che abbiamo sentito dietro la schiena, quando con tutte e due le mani siamo stati toccati per la prima volta? &lt;i&gt;Agosto, settembre, ottobre&lt;/i&gt;: io non ricordare bene, signorina Ilsa, molta acqua sotto i ponti, eppure mi pare di sentire un tenue sciabordìo come di una zattera che stia venendo a toglierci d'impaccio: non c’è mai un anno più bello dell’altro, questo è il fatto, questa è la zattera, tutti gli anni sono figli, è grazie a ciascuno di essi se siamo arrivati dove siamo, presumibilmente vivi, adeguatamente vispi, efficacemente desiderosi di tirare avanti un altro po’, ogni volta alla fine del corridoio con quella speranza strana, pericolosissima e quasi sempre illusoria che il meglio debba ancora venire. Che nella stanza più bella dobbiamo ancora entrare. Siamo piccole sacche di carne e sangue convinte di meritarci di più ed è con tale spirito avventuriero, guerriero, che ci immergiamo fino al naso nell’acqua che ci aspetta, tenendo bene in alto il nostro bagaglio, gli occhi puntati verso il prossimo ponte: non sembra forse, da quaggiù, ben più robusto ed elegante di quello appena abbandonato?&lt;br /&gt;La distanza, quando si tratta di tempo, fa maturare i dettagli come arance gonfiate dal sole: ed ecco come andiamo avanti, tutti, anche i pessimisti. E’ forse per questo che ci ritroveremo, anche stavolta, con le gole infuocate e le bottiglie vuote, a rincorrere con gli sguardi i tappi stappati, perché in quell’arco disegnato nell’aria dal sughero noi ci leggeremo qualcosa, noi ci scorgeremo il nostro prossimo amore, il nostro prossimo successo lavorativo, la nostra prossima chemioterapia andata a buon fine, il nostro prossimo figlio, maschio per caritàdiddio. Mangiamo lenticchie, ci diciamo che lo zampone è un cibo commestibile, invece che ingoiare il rospo e inveire contro quella diceria che vuole il maiale proprio tutto tutto delizioso, comperiamo vestiti che non metteremo più, investiamo un capitale in trucco e parrucco, entriamo con arie marziali in case e locali del tutto identici a sabato scorso, ma a cui affidiamo la responsabilità &lt;i&gt;del contesto&lt;/i&gt;. Sarà esattamente lì, infatti, che in capo a sei mesi, quando le cose saranno andate effettivamente meglio o peggio, ci ricollocheremo col ricordo e ci daremo degli illusi oppure dei buoni profeti, ci diremo che essere ottimisti qualche volta paga, oppure che è sempre la stessa storia e che, vabbè, anche per noi verranno momenti migliori. Novembre, dicembre, giorno presente: e adesso che siamo arrivati al nuovo ponte, adesso che possiamo tirarci via dall’acqua, salire sulla zattera e osservare per bene quello che ci è capitato durante il faticoso guado, prima di cominciarne un altro, che cosa ci racconteremo?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io essere contento, signorina Ilsa, guado essere stato faticoso ma bello: gente, dovessi scegliere una parola, sceglierei &lt;i&gt;gente&lt;/i&gt;, per indicare quello che è stato negli ultimi dodici mesi. E’ stato l’anno dei nuovi ingressi, delle persone che, facendomi l’onore di avvicinarsi a me, m’hanno reso la tempesta meno fitta. &lt;i&gt;Libri&lt;/i&gt;, un’altra parola, quelli che ho letto e quelli che ho scritto, due, che m’hanno fatto entrare dentro un ambiente che fino all’anno scorso avevo solo sfiorato e che ho scoperto amare così tanto da risultarmi disperante, annientante, secondo il meccanismo che esponevo all’inizio, perché ogni momento di Perfetta Vita - e scrivere rappresenta il momento più alto che io possa produrre per me stesso in questo senso - ogni momento di Perfetta Vita è il riflesso della Morte nello specchio. &lt;i&gt;Amici&lt;/i&gt;, un’altra parola, un altro sasso calpestabile nel guado, amici che quest’anno hanno magnificato la loro importanza, avvicinandosi, in certi casi, e allontanandosi in un caso specifico, almeno geograficamente, perché qualche volta la separazione può agire da collante. &lt;i&gt;Amore&lt;/i&gt;, mettiamoci pure questa, di parola, anche se i sassi dell’amore sono tra i più traballanti del percorso e qualche volta ti fanno finire a bagno: conosciuto, quest’Amore, per un momento breve, sì, eppure ritrovato, perché questo è stato l’importante: percepire la brace accesa sotto la cenere, ricordarsi e ricordare agli altri, quando i gomiti s’arrendono e un boccale di birra forma un perfetto cerchio sul legno del bancone, che nessuna ferita subita, per quanto profonda, riesce a spegnere la capacità di incantarsi nuovamente davanti alla bellezza del materiale umano. &lt;i&gt;Famiglia&lt;/i&gt;, un’altra parola che mi voglio portare sul prossimo ponte, perché i due anni più terribili, nauseanti, preoccupanti e difficili della mia vita in famiglia, anch’essi sono più dietro che davanti e dove adesso volge lo sguardo, anche se si tratta di un punto piccolissimo, riesco a intravedere i miei genitori stesi su una spiaggia, al sole, e non più in mare aperto, disperati, ad invecchiare senza l'ombra di ponti in lontananza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eccoci qua, alla fine, allora, perché, come dicono i cinesi, ogni fine è un nuovo inizio e va bene, l’anno nuovo, come tutti gli altri che sono già passati, altro non sarà, pure questa volta, che una giostra di giorni, un &lt;i&gt;calcinculo&lt;/i&gt; di ore, settimane, madonne, incanti e disincanti. La fine di ogni anno è un esercizio retorico che voglio sentire di meritarmi, almeno questo, perché tutto sommato mi piace esistere e anche se un sacco di cose non le ho scelte io, mi sento abbastanza forte, imprudente e coraggioso per continuare su questa strada, cioè &lt;i&gt;improvvisando&lt;/i&gt;, come quel Sam lì, che dentro il Rick’s Bar intonò una melodia alla signorina Ilsa, quella che faceva &lt;i&gt;la la la la la&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/--hSe4e34cEM/Td40kbs0DZI/AAAAAAAAAAw/5atbTsbWnVw/s1600/35631_1624124519367_1124103611_31617650_1992450_n.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://2.bp.blogspot.com/--hSe4e34cEM/Td40kbs0DZI/AAAAAAAAAAw/5atbTsbWnVw/s1600/35631_1624124519367_1124103611_31617650_1992450_n.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Buon inizio, ci vediamo &lt;i&gt;dall'altra parte&lt;/i&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-4767505951616580308?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/4767505951616580308/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=4767505951616580308&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/4767505951616580308'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/4767505951616580308'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/05/mentre-il-tempo-passa.html' title='Mentre il tempo passa.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-JXZCfOExEAI/Td40jK56ZnI/AAAAAAAAAAs/d0bBI34VTXo/s72-c/166219_1624122599319_1124103611_31617649_751478_a.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-4103798982790232927</id><published>2011-05-24T12:43:00.004+01:00</published><updated>2011-05-26T12:16:04.415+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='aìsara'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='recensioni'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='zagreb'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='arturo robertazzi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='narrativa'/><title type='text'>"Zagreb" - Letteratura che evoca</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-trrAe8mfmdU/TduPWW-hI2I/AAAAAAAAAAk/N2JB0XfW__c/s1600/img.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em; text-align: left;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://1.bp.blogspot.com/-trrAe8mfmdU/TduPWW-hI2I/AAAAAAAAAAk/N2JB0XfW__c/s320/img.jpg" width="212" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="background-color: #eeeeee;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: large;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="background-color: #f3f3f3;"&gt;«Quel mattino era un bel mattino. Facemmo fuori quattro persone».&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;È lo strepitoso incipit di “Zagreb”, dello scrittore italiano &lt;a href="http://www.arturorobertazzi.it/"&gt;Arturo Robertazzi&lt;/a&gt;: a mio parere (il parere non di un individuo particolarmente intelligente, intendiamoci, ma di uno che, per curiosità e professione, legge tante “opere prime”) il miglior esordio letterario dell’ultimo anno, forse degli ultimi due (prima non ho memoria, potrei essere non del tutto sincero).&lt;br /&gt;“Zagreb” è una storia romantica e tragica, cupa e “puzzolente” ambientata in uno scenario apocalittico: il conflitto dei Balcani all’inizio degli anni Novanta. Robertazzi fa una cosa, sopra ogni altra, col suo testo: “evoca”, non “informa” (per dirla con le sue stesse parole). Lui, che è soprattutto uno scrittore talentuosissimo, prima che un eccellente “uomo di inchiesta”, riesce nel miracolo narrativo di mettere una mano in testa al lettore e spingerlo sott’acqua lasciandogli il privilegio del respiro. Lo affonda, ma non lo annega. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poche pagine sono necessarie allo scopo, circa 130: nessuna di queste sputa dati statistici o informazioni asettiche. Addirittura la guerra non si nomina mai, per lo meno non da un punto di vista didascalico: c’è un fiume, che è il Danubio, ma non viene detto. I personaggi hanno soprannomi, oppure nomi propri che però non sono quasi mai adoperati, se non quando muoiono, per esempio, e si svuotano, in un certo senso, abbandonano la maschera criminale di odio e tornano al livello dell'umano: la morte, sembra dirci Robertazzi, è un indulto. Anche in guerra.&lt;br /&gt;Tutto è fumoso, tutto è non detto: c’è una certa impronta &lt;i&gt;à la Saramago&lt;/i&gt;, ma pure questa non è detta. Di detto c’è una scrittura matura che non sa affatto di opera prima: la trama è semplice, shakespeariana. Ci sono due tizi che vorrebbero essere amici e che invece sono nemici, divisi solo da un conflitto, non dalle ideologie. Uno diventa preda, l’altro cacciatore: la scissione non è analizzata, non è approfondita, perché inesplicabile è la violenza, sebbene necessaria, intrinseca al meccanismo del mondo umano. A colpi di flashback, prima che di fucile, Robertazzi ci fa oscillare tra quel presente e un passato appena trascorso, un passato in cui i bar sono ancora in piedi e “stranieri di terre dell’Est contribuiscono al piacevole brusio delle genti, ma nella confusione qualcuno litiga. Sentiamo un vecchio gridare: «Ma cosa dici? Non sai che hanno ucciso dieci poliziotti? E chissà quanti sono i feriti!».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In “Zagreb” non c’è la guerra, ma c’è il gergo della guerra, l’ottica della guerra, l’odore della guerra, i rumori della guerra, il dolore della guerra, le conseguenze della guerra, la solitudine della guerra. Robertazzi “evoca”, quasi senza descrivere: ho capito che era bravo quando ho letto del protagonista che accarezzava la testa di un bambino, appena saltato in aria su una mina, i cui “capelli venivano via come buccia da una mela cotta”.&lt;br /&gt;Ho capito che era bravo una volta di più quando l’ho conosciuto personalmente alla Fiera del Libro di Torino, dove ha presentato il testo. Parlandoci, in piedi, presso lo stand della sua casa editrice, &lt;a href="http://www.aisara.eu/"&gt;Aìsara&lt;/a&gt;, una delle migliori realtà nazionali, mi ha spiegato che lui non è mai stato &lt;i&gt;sul posto&lt;/i&gt;, non ha mai visto gli scenari che descrive (io pensavo di sì, eccome): di studi ne ha fatti tantissimi, ininterrotti e lunghi, ma gli occhi che lo hanno aiutato nella stesura dell’opera non sono quelli incassati subito sotto la fronte, ma quell’altro paio che certi di noi hanno subito sopra, gli occhi della mente, la fantasia, il genio nel senso di “creatore”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Leggere “Zagreb” significa sottoporsi a un esercizio disturbante: c’è tantissima gente che muore, che muore male, violentemente, c’è la gratuità di certa violenza che solo con la guerra può essere spiegata. Tuttavia ogni cosa è organica allo sciogliersi dell’intreccio: non una sola volta l’autore si concede il lusso di adagiarsi sulla comoda branda della retorica, seppure di “pietà” nel romanzo ve ne sia tanta, nonostante un proscenio impossibile. Lo stesso protagonista, una bestia oscena ormai mossa solo dagli ordini voluti dal Comandante e dalla Nazione, si umanizza, per quanto possibile, arrendendosi anche alla commozione, in alcuni casi, senza che questo appaia incredibile. Robertazzi racconta la &lt;i&gt;fatica&lt;/i&gt; della bestialità: essere disumani costa sforzo e questo sforzo, ogni tanto, apre una breccia perfino negli immondi. Un modo “nuovo” per narrare un conflitto dall’interno: un punto di vista così intimo che solletica il naso con un vibrato dal sapore di polvere da sparo e sangue. C'è il colpo di scena, il romanticismo, l'azione e l'avventura. "Zagreb" è un libro che diverte e invoglia a informarsi: è un libro che "fa" letteratura col passo svelto dell'intrattenimento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Leggetelo: è la migliore opera d’esordio italiana dell’ultimo anno ed è così anche se (per adesso) non ve lo dice la televisione, non ve lo dice la Dandini o Fabio Fazio. Ve lo dico io, che non sono amico di Robertazzi e che sono mosso solo da autentica stima e ammirazione. Ve lo dico io che sono solo un lettore.&lt;br /&gt;“Zagreb” è una straordinaria storia di amicizia e perdizione, di violenza e dannazione, di guerra e di vita, di sangue e di colori, di nero e di verde, di urla e di silenzi. “Zagreb” è scritto benissimo: è un libro che “sporca”, come dovrebbe fare tutta la buona letteratura. Niente che non vi faccia venire voglia di farvi una bella doccia, dopo, dovrebbe essere chiamato arte.&lt;br /&gt;Buona lettura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;«Ma… se in Italia non c’è la guerra, cosa si fa?» chiese Emir.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;«Che vuoi dire?»&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;«Voglio dire… se non c’è la guerra, i bambini cosa fanno?»&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Ero perplesso. Possibile che Emir non ricordasse i tempi&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;senza guerra? Non osai chiedere altro, e continuai a parlare:&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;«La vita senza guerra è bellissima. La città è diversa, la gente&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;è diversa, persino il sapore dell’aria e il colore del cielo sono&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;diversi».&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;«Come? Non è blu?»&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;«Certo che è blu! Ma è tutto un altro blu. Un blu che&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;puoi ammirare senza paura di vederci scie bianche, senza&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;paura di sentirci esplosioni…»&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;«Un blu senza paura» disse Emir.&lt;/i&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-4103798982790232927?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/4103798982790232927/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=4103798982790232927&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/4103798982790232927'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/4103798982790232927'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/05/zagreb-la-letteratura-che-evoca.html' title='&quot;Zagreb&quot; - Letteratura che evoca'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-trrAe8mfmdU/TduPWW-hI2I/AAAAAAAAAAk/N2JB0XfW__c/s72-c/img.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-6261007309871260452</id><published>2011-05-24T00:57:00.001+01:00</published><updated>2011-05-26T12:16:25.679+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='personale'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='quotidiano'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cucina'/><title type='text'>La seconda persona singolare.</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-WhSu2BfclMM/Tdr0F-kh2YI/AAAAAAAAAAY/kjS9BLO0N0s/s1600/168055_1678184430831_1124103611_31721538_1458937_a.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/-WhSu2BfclMM/Tdr0F-kh2YI/AAAAAAAAAAY/kjS9BLO0N0s/s1600/168055_1678184430831_1124103611_31721538_1458937_a.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Una giornata di merda deve finire meglio. Altrimenti è una giornata sprecata. E io non sopporto le giornate sprecate come mio nonno non sopportava i rimasugli di cibo nel piatto: "morsi della creanza” li chiamava. Mi fanno proprio male al fianco, le giornate sprecate, sembrano i dolori intercostali che si confondono per colpi apoplettici.&lt;br /&gt;Perciò, credo, mi sono messo a cucinare: per convincermi. Ehi, si tratta solo di un dolore intercostale, vedi? Stai cucinando, bevi questo vino rosso che è avanzato: ogni tanto ti distrai guardando la televisione. Non può andare così male, va bene? Giorno presente, pianeta Terra, cucina di casa Sgambati: ecco che qualcosa qualcosa qualcosa mi riporta alla realtà. C’è “True Lies” alla televisione. L’hai visto su uno schermo ben più grande qualcosa come quindici anni fa e da allora hai fatto soprattutto due cose, sto dicendo a te: non sei morto e non sei impazzito (o, almeno, non sei morto e non sei impazzito abbastanza). Esulta, puoi esultare come Tardelli, se credi, se non fosse che stai tagliando la pancetta affumicata: l’hai scelta tra mille, è la tua pancetta affumicata, non è la pancetta affumicata di un altro, quindi resta concentrato sulla tua pancetta e lascia stare Tardelli che non è che abbia fatto poi chissà quale gran fine. Va bene, ammettiamolo: anche tu, come lui, hai passato periodi migliori, dal punto di vista creativo, perché è anche di questo che stiamo parlando, dello “scrivere”, altrimenti perché staresti scrivendo, ora?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un indizio che mi fa capire di non essere in un periodo particolarmente ispirato: sto ricorrendo alla seconda persona singolare e questo si fa ogni volta che l’ispirazione va a farsi un giro a nuoto nella testa di un altro. È comodo scrivere in seconda persona singolare, tu tu tu, sembra un segnale di occupato, invece è liberissimo, la forma più facile possibile per architettare un discorso. Sei Stefano Sgambati, stai scrivendo queste righe per dimostrare a te stesso di saperlo ancora fare, visto che fuori di qui, di questa pagina, nota, o quello che è, sembra che tu stia incappando in qualche difficoltà, allora hai deciso di dare retta agli “psicologi della scrittura” quelli che consigliano, fermamente, di insistere, di provare altro, ma di insistere, così da instillare nel cervello la consapevolezza che il problema è solo tematico, non certo stilistico o ispirativo. Scrivo quindi sono: e la chiamano libertà? Dover essere qualcosa per essere: la fregatura è cominciata tempo fa, dai tempi di Cartesio. Essere costretti a pensare, per essere. Ho sentito di truffe meglio riuscite. Non penso, quindi sono: ecco come dovrebbe funzionare. Essere per essere non è una moltiplicazione, è una sottrazione. Bene, ciascuno di noi s’è scelto una prigionia: io se non scrivo non sono. Un bel cazzo per il culo se sei nato Sgambati e non Calvino. Quello che io non riesco a scrivere, un altro bravo sul serio lo esaurirebbe con uno starnuto. Ma taci, taci, torna alla seconda persona singolare, quella che risolve i problemi, come Mr. Wolf di Tarantino: la seconda persona singolare ti suona alla porta in perfetto orario, anzi un po’ in anticipo e ti dice eccomi qua, sono la seconda persona singolare e risolvo problemi. Bene, seconda persona singolare, se proprio vuoi darti da fare, portami alla conclusione di questi miei pensierini della notte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cose che vorrei fare anziché starmene qui a scrivere in seconda persona singolare: legare per i polsi alla testiera del letto una signorina in lingerie, commentare Mai Dire Grande Fratello steso su un divano con qualcuno, un paio di sigarette adeguatamente modificate e una bottiglia buona. Santocielo, davvero è tutto qui? Avanti, ce la puoi fare: di’ qualcosa di più prosaico! Come come come? E perché, scusa, scopare ti pare cosa? Poetico? Liturgico? Simbolico? Catartico? Scopare è scopare ed è la prima cosa che m’è venuta in mente pensando a un’ipotetica lista di alternative. Aspetta: si dà il caso che tu abbia scritto “legare per i polsi alla testiera del letto” eccetera eccetera... Certo, lo ammetto, colpevole: in una parola, scopare. Ma osservate: decisamente non dev’essere un bel periodo se dopo la seconda persona singolare che risolve i problemi, arriva il “botta e risposta”. E con chi? Con la mia coscienza? Il mio alter ego? Candidati possibili al mio alter ego: Gesù Cristo, Woody Allen, J.R. di Dallas, Don Vito Corleone (era uno che stava sempre seduto, che io mi ricordi), Quentin Tarantino (è un tizio appassionato di cose affilate che alzerebbe il culo solo per leccare un paio di piedi niente male, mi sa che siamo sulla stessa lunghezza d’onda), il Maestro Yoda, Aldo Moro nella versione Renault 4, Renato De Pedis nella versione Sant’Apollinare. Porcaputtanaeva! Anche le liste. Ci mancavano solo le liste: adesso mi metto a fare top five come Nick Hornby, poi posso appendere la tastiera, o quello che è, al chiodo. La seconda persona singolare, il botta e risposta con me stesso, le liste di cose e ora anche questo stolido post-modernismo meta-testuale. No, dài, Stefano Sgambati, ci manca solo che ti chiami per nome e cognome, poi le hai fatte tutte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cucinare. Ecco ecco ecco un buon filo logico. L’avevo lasciato lì, da qualche parte, come fa Carlo Lucarelli quando racconta le cose criminali in televisione: “lasciamolo da una parte”, dice”, “perché poi ci ritorneremo...” (e così ci abbiamo piazzato anche il manierismo in codesto calderone...), avevo lasciato da una parte il cucinare. Una giornata di merda deve finire meglio, ecco perché mi sono messo a cucinare, calmo, da solo, in cucina, bevendo vino rosso e ogni tanto girandomi a guardare “True Lies” in televisione, su Rete4, un canale su cui non credo d’essermi mai sintonizzato in vita mia, se non una settantina d’anni fa, quando c’era Stranamore e io Stranamore me lo guardavo sempre, poteva cascare il mondo, la domenica sera, con i prodromi dell’angoscia nel cuore, perché il giorno dopo ritornavo a scuola e quasi mai avevo fatto i compiti o avevo studiato, me lo guardavo sempre, steso sul divano, e tutta quella gente adulta, che piangeva tantissimo per motivi che non arrivavo bene a capire, mi pareva lontana un paio di spazi interstellari e invece. Mi sono messo a cucinare per questo motivo, cioè per raddrizzare una giornata andata storta per motivi completamente impalpabili. È sempre lì il problema: finché c’hai un motivo concreto per essere incazzato o depresso o stanco, va bene, puntaci dritto contro e vedrai che prima o poi lo raggiungerai. Ma quando non c’è tale motivo concreto contro cui procedere? Allora si può cucinare. Giacché di scrivere non tira aria, ecco che si cucina. Mentre affetto come si deve, con il coltello giusto, con il tagliere giusto e l’indice e il medio dell’altra mano inginocchiati sul dorso della pancetta per dare ritmo e “misure” al taglio - giacché le cose, soprattutto in cucina, credo vadano fatte bene, anche esteticamente - mentre faccio ciò mi metto a pensare a che grande cosa sia l’olfatto e a che grande condanna, allo stesso tempo, quando certi profumi e odori tornano alla mente senza il portatore sano che li aveva prodotti in origine. Ecco, questo fatto dell’estetica delle cose, parliamone un attimo: è bello darsi un tono, quando si fa qualcosa, soprattutto se si è da soli, vale per il bere, per il mangiare, per il parlare. Chi parla bene, una volta ho sostenuto, chi sceglie i giusti congiuntivi, chi pensa al COME prima che al COSA dire, è una persona che sa amare soprattutto se stesso, altro che storie: Carmelo Bene diceva che l’arte (e quindi, in un certo modo, la cultura) è un fatto borghese. Dico io che è anche una questione di egocentrismo. Chiunque si infili in un museo lo fa assolutamente per se stesso. Chi legge un libro lo fa per amore della propria persona, chi cucina con il coltello giusto, quando nessuno può vederlo, eccetto egli stesso, si sta scopando da solo e in questo modo, mi viene da pensare, almeno una delle cose che potevo fare invece di starmene qui a ciurlare il manico, l’ho fatta, cioè scopare, seppure con me stesso, il che comunque non è affatto male, se mi concedete l’evasione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora sì che mi sento meglio: mentre cerco qualcosa nel frigorifero e la trovo, mentre mi accorgo che ci sono altre quattro dita di vino rosso da bere, mentre vengo richiamato dalla pancetta che sfrigola nell’olio e mi sta dicendo vieni, vieni, vieni, sono pronta, dammi una ripassatina, ecco, ora sì che mi sento meglio, mentre afferro la padella per il manico e faccio saltare la pancetta sul fondo per rigirarla adeguatamente, senza farne cadere nemmeno un pezzo (un gesto estetico, questo, che perfino mia madre, cuoca esperta, mi invidia), mi sento molto bene, mentre mi riesce di tagliare la cipolla con perfezione, con quel gesto rapidissimo (be’, non così rapido) degli chef, quando li guardi nelle trasmissioni sul satellite e ti viene quasi da coprirti gli occhi con le mani perché sei sicuro che, da un momento all’altro, si faranno saltare per aria un paio di dita, è così che voglio tagliare questa cipolla, non in una maniera diversa, mi concedo di tagliarla con la giustezza di un boia, sono una specie di Mastro Titta che fa calare la lama, solo che anche la testa è la mia, sono contemporaneamente vittima e carnefice, perché il rischio di segarmi davvero via qualcosa fatto di carne mi rende il momento più autentico, assoluto. In effetti mentre taglio i pomodori pachino, poco più tardi, con un coltello diverso, seghettato, faccio il passo più lungo della gamba: nello specifico, siccome voglio fare le cose per bene e decido di tirar via tutti i semini dalla polpa, succede che nel grattare via con il coltello mi spazzolo un polpastrello e un certo quantitativo di sangue si mescola al sughetto. Ecco, finalmente, qualcosa capace di accendermi. Il dolore. Il dolore arriva esattamente quando è richiamato, non tarda un secondo a spazzolarsi i capelli, arriva senza tentennare e, cosa interessantissima, non si stanca. Guardo questo dolore che lampeggia sul polpastrello dell’indice sinistro, lo guardo come se fosse cosa visibile, in effetti, non sensibile, e gli do il benvenuto, almeno a lui, e devo faticare non poco per proseguire il lavoro e per esempio falciarmi di netto tutte le falangi disponibili. Il dolore non tradisce: ti costringe a pensare solo a lui e ti guarda negli occhi mentre fai qualcosa per lenirlo, soluzioni consuete fatte di acqua fredda e garze, punti chirurgici laddove la situazione sia davvero compromessa, o santa pazienza. Ecco di cos’ho bisogno, penso: di cos’ho sempre bisogno: di dolore. Il dolore al dito mi tiene in pugno, anche questo dolore flebilissimo, quasi impercettibile, riesce a tenermi in scacco e per fortuna che mi sono ricordato di spegnere il fuoco sotto la pancetta, perché guai a rendere rinsecchita la pancetta, guai, sarebbe un peccato mortale, come storcere la personalità di qualcuno a proprio privatissimo gusto. Guardo questa cucina sfatta - si dà il caso che io “sporchi”, moltissimo, quando faccio le cose, qualsiasi cosa, anche parlare - e mi sento meglio, credo d’essere riuscito a dare un senso alla giornata, una giornata cominciata di merda, ma finita meglio, non benissimo, ma meglio, e un percorso, quando è un percorso, va sempre bene perché presuppone una destinazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E adesso?, mi dico. Adesso mangia, così, tanto per tornare alla seconda persona singolare. Adesso mangia. Il che mi fa fermare solo per un momento davanti al vetro del balcone, con una piccola fasciatura di scottex intorno al dito indice che s’è ricordato di esistere. Adesso mangia. Sembra che uno faccia mille cose per arrivare laddove riteneva necessario, guerre, uccisioni, rinunce, sensazionali arrampicamenti e poi? Con tutto quel fiatone che è stato necessario. Con tutto quel casino che s'è fatto in cucina. Che resta? Mangiare, appunto. Consumare: forse la fase meno interessante del processo. Per fortuna che c’è il profumo che inganna, che fa sembrare le cose belle. E la fame, naturalmente. Se la fame è l’innamoramento, mangiare è l’amore, penso come ultima cosa davanti al balcone. Nell’appartamento di fronte c’è molto spesso questa signora bionda che parla al telefono in piedi nella stanza: la vedo anche adesso, non proprio eterea, ma neanche solidissima. Esprime qualcosa di lascivo, di contaminato, eppure rimane pura, come un ritratto di Balthus.&lt;br /&gt;M'allontano giusto il tempo di farmi il piatto, ma quando torno la luce s’è spenta.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-6261007309871260452?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/6261007309871260452/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=6261007309871260452&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/6261007309871260452'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/6261007309871260452'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/05/una-giornata-di-merda-deve-finire.html' title='La seconda persona singolare.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-WhSu2BfclMM/Tdr0F-kh2YI/AAAAAAAAAAY/kjS9BLO0N0s/s72-c/168055_1678184430831_1124103611_31721538_1458937_a.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1220332867995171716.post-4920312855648358982</id><published>2011-05-24T00:43:00.001+01:00</published><updated>2011-05-26T12:16:43.685+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='citazioni'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='charles bukowski'/><title type='text'>Qualcosa da fare.</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-lO0KkdKIDVg/Tdrw54my-3I/AAAAAAAAAAM/uMdF1A3adiw/s1600/247071_1881245307226_1124103611_31975183_6286862_a.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/-lO0KkdKIDVg/Tdrw54my-3I/AAAAAAAAAAM/uMdF1A3adiw/s1600/247071_1881245307226_1124103611_31975183_6286862_a.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;"Presi la bottiglia e andai in camera mia. Mi spogliai, tenni le mutande e andai a letto. Era un gran casino. La gente si aggrappava ciecamente a tutto quello che trovava: comunismo, macrobiotica, zen, surf, ballo, ipnotismo, terapie di gruppo, orge, ciclismo, erbe aromatiche, cattolicesimo, sollevamento pesi, viaggi, solitudine, dieta vegetariana, India, pittura, scrittura, scultura, composizione, direzione d'orchestra, campeggio, yoga, copula, gioco d'azzardo, alcool, ozio, gelato di yogurt, Beethoven, Bach, Budda, Cristo, meditazione trascendentale, succo di carota, suicidio, vestiti fatti a mano, viaggi aerei, New York City, e poi tutte queste cose sfumavano e non restava niente. La gente doveva trovare qualcosa da fare mentre aspettava di morire. Era bello avere una scelta. Io l'avevo fatta da un pezzo, la mia scelta. Alzai la bottiglia di vodka e la bevvi liscia. I russi sapevano il fatto loro".&lt;br /&gt;&lt;b&gt;[Charles Bukowski]&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1220332867995171716-4920312855648358982?l=stefanosgambati.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/feeds/4920312855648358982/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1220332867995171716&amp;postID=4920312855648358982&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/4920312855648358982'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1220332867995171716/posts/default/4920312855648358982'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://stefanosgambati.blogspot.com/2011/05/qualcosa-da-fare.html' title='Qualcosa da fare.'/><author><name>Stefano Sgambati</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05344494755995400415</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-lO0KkdKIDVg/Tdrw54my-3I/AAAAAAAAAAM/uMdF1A3adiw/s72-c/247071_1881245307226_1124103611_31975183_6286862_a.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry></feed>
